
Francesco Giordani per TRISTE©
“Se non ci perdessimo, saremmo perduti”
Jean Echenoz, Un anno,
Einaudi, 1998
Ammetto di aver reagito con un certo fastidio misto a scettico pessimismo alla notizia di un imminente esordio solista di mister Chatten. Me ne sfuggiva un po’ il senso, essendo ormai diventati i Fontaines D.C., grazie anche al cospicuo successo critico e commerciale di Skinty Fia, una delle rock band dal segno più forte fra quelle attive oggi nel mercato europeo, tanto da tirarsi dietro una scia schiumosa di emuli ed aspiranti competitori.
Mi appariva, questa improvvisa, non preannunciata, volontà del cantante dublinese di vedere il proprio nome scritto in calce ad un disco, il segno di una possibile crisi interna alla band, di una stanchezza precoce, di una temibile nausea (del resto apparsa più e più volte nel canzoniere degli Irlandesi, tanto da diventarne quasi un marchio di fabbrica poetico) o forse, più semplicemente, un anacronistico atto di vanità da parte di una rockstar effimera, già inghiottita dal capriccio egotista.
Certo, il successo dei Fontaines è stato tanto veloce quanto tramortente e con il suo sopraggiungere, immagino, più implacabile e ferocemente ripetitiva si è fatta per il gruppo la catena di montaggio della popolarità, la filiera infinita dei tour promozionali, il tunnel patinato delle interviste, delle apparizioni e dei servizi di copertina. Il peso del “brand” Fontaines D.C. che aumenta inesorabilmente di corpo tipografico nei programmi dei grandi festival, la tua immagine che va rifrangendosi in una moltitudine di tag e specchi digitali fino a svanire nella caricatura di un estraneo, nel ritratto di un fantasma che non ti somiglia più e agisce e comunica ormai per conto suo, i primi mugugni, le malelingue sempre in agguato… Insomma, in sintesi estrema: il classico girone che tutte le band di successo hanno attraversato, da che rock è rock, non sempre uscendone indenni.
L’antidoto scovato da Chatten è un album che il diretto interessato dichiara essergli letteralmente piovuto addosso contemplando il moto notturno delle onde marine presso Stoney Beach, località costiera irlandese dove un tempo la voce della risacca oceanica soleva intrecciarsi al tintinnìo di bicchieri e slot di un vicino casinò. Immagine suggestiva, forse un po’ retorica (del resto ogni autentico bardo è un fingitore), che richiama tanto la pagina bianca di un mare metaforico da solcare a bordo della propria ispirazione quanto la trascrizione, quasi sotto dettatura onirica, di una musica che chiede di essere estratta dal silenzio e scolpita a colpi di plettro: “L’album mi è arrivato dalle onde. Sono rimasto lì a guardarle e l’ho sentito. Ogni parte, dalle progressioni degli accordi agli arrangiamenti degli archi.”
Se si passa all’effettivo ascolto di Chaos for to fly, bastano pochi minuti dell’inaugurale The Score per intendere di trovarsi al cospetto di un lavoro assai intimo, sul quale Chatten voleva legittimamente esercitare una regia indisturbata, da spartire al massimo con l’inseparabile mentore Dan Carey, già produttore della band. Regia che non poteva né doveva essere imposta ad una band come i Fontaines D.C. che da sempre predilige, fatta eccezione per i testi (curati in genere, egregiamente, dal solo Chatten), un’ideazione corale dei pezzi.
Percorrendo i successivi episodi in scaletta, l’impressione è che quest’avventura sia stata per Chatten qualcosa di molto spontaneo, naturale, forse addirittura necessario e comunque tutt’altro che estemporaneo. Del resto è lo stesso Chatten a fare del ritornello di Fairlies una sorta di dichiarazione d’autarchia, di orgogliosa (o all’opposto disperata, a seconda di come si voglia leggere la canzone) autosufficienza:
I can live alone
Happy, where I like to be
I fought for the right to be
I can live alone
Chatten, da buon Irlandese, confessa di aver celebrato la conquista di ciascuno di questi versi con una pinta di birra, e non si fatica a dargli credito, vista anche la distinta eco à la Waterboys che li pervade. Dall’elegante cadenza jazz-pop in crescendo di Bob’s Casino (con tanto di fiati vezzosamente bacharachiani) e East Coast Best (ci sento solo io un certo Baxter Dury?) ai dylanismi da camera di decompressione di I Am So Far, tutto Chaos for the fly è tramato dell’eclettica, quasi febbricitante, passione del Nostro per differenti intonazioni e registri autoriali: Velvet Underground, Neil Young, Violent Femmes, Cowboy Junkies, Mazzy Star, più tanti altri che lascio alla fantasia e alla cultura dell’ascoltatore scoprire.
Un po’ menestrello celtico un po’ aspirante cowboy, Chatten ha allentato la briglia del rock per abbandonarsi ad una cavalcata solitaria verso terre lontane che probabilmente, in compagnia della band, l’Irlandese non avrebbe potuto esplorare con altrettanta libertà (Season For Pain, Last Time Every Time Forever). Foss’anche solo la libertà di errare, ovvero di sbagliare, di girare a vuoto per tornare a imparare qualcosa di nuovo su di sé e sui propri limiti.
Come un paradossale, impossibile, secondo debutto, quest’opera prima di Chatten (che poi tanto prima non è…) drammatizza in parole e musica un riuscito tentativo di palingenesi, la rifondazione di un’identità resa dal suo perdersi più forte e più vera.
Forse anche meno sola.
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