Mazzy Star – So Tonight That I Might See

Francesco Amoroso per TRISTE©

Il giorno che, su un noto settimanale musicale britannico, scoprii che gli Opal non c’erano più, ero ancora intento a rigirare tra le mani la copertina del loro album d’esordio, che ero finalmente riuscito a procurarmi dopo le solite immancabili peripezie.

Per meglio dire: gli Opal c’erano ancora, ma Kendra Smith (ex membro dei grandi Dream Syndicate), voce carismatica della band formata qualche anno prima con il chitarrista David Roback appena fuoriuscito dagli immensiRain Parade, era letteralmente scomparsa a metà di un lungo tour.

Nello stesso articolo si diceva anche che la band avrebbe proseguito nel lungo giro di concerti rimpiazzando la divina Kendra con una semisconosciuta ragazzina di origini messicane dalla voce flebile (forse, si diceva, la causa dell’allontanamento della Smith).
Insomma era, per tutti, la fine degli Opal, band che, nel breve volgere di un solo album (lo splendido Happy Nightmare Baby del 1987), era riuscita a rapire il cuore dei tanti appassionati del movimento del Paisley Underground che, con la dipartita dei Rain Parade, dei Dream Syndicate e ora degli Opal si stava pian piano spegnendo.

MazzyStar_SoTonightThatIMightSeeFortunatamente, all’alba degli anni 90, mentre il mondo si accendeva per il grunge, David Roback, incurante delle mode e della misteriosa scomparsa della sodale Kendra Smith (che tornerà, solista, anni dopo, con un album ironicamente titolato Five Ways Of Disappearing), rilanciava e, con al fianco la sconosciuta Hope Sandoval, proseguiva nello sciorinare la sua idea musicale caratterizzata dalla rielaborazione dei suoni psichedelici degli anni sessanta alla luce (soprattutto attitudinale) dei Velvet Underground e del punk.

Così nel giro di poco tempo io e tutti coloro che avevano amato quei suoni e quella effimera esperienza musicale, scoprimmo non solo che Hope Sandoval era imbronciata e bellissima (una specie di divinità minore), ma che la sua personalissima voce, aspra e suadente allo stesso tempo, si sposava alla perfezione con le chitarre acide e il jingle jangle di David Roback.

Bastò un album, uscito a pochi mesi da quella notizia che per un attimo ci aveva fatto vedere la Sandoval come una specie di Yoko Ono del Paisley Underground, per trasformare il risentimento in sentimento. She Hangs Brightly uscito nel 1990 era un dolce viaggio lisergico a velocità ridotta. Fu quasi come trovare una perla dentro una cozza.

Ma, contrariamente agli Opal, i Mazzy Star (questo era il nome che il duo Roback-Sandoval aveva alla fine scelto per l’esordio discografico, dopo aver continuato a esibirsi per un po’ ancora come Opal), non erano destinati a vivere un solo inverno come una bellissima farfalla. Anzi, a distanza di tre anni da quell’estemporaneo e fulminante esordio, diedero alle stampe So Tonight That I Might See.

Appena uscito, naturalmente, mi precipitai a comprarlo (nel 1993 le cose erano un po’ migliorate rispetto agli anni 80) e immediatamente rimasi folgorato dal brano di apertura, Fade Into You: una dolce discesa verso il sogno, una melodia esile e persistente, accompagnata da pianoforte e chitarra, un ritmo costante e ipnotico, e, naturalmente, sopra ogni altra cosa, la voce di Hope, l’unica Speranza per un mondo migliore.

Il secondo album dei Mazzy Star, grazie all’inaspettato successo di quel brano, divenne quasi un successo commerciale. Eppure il suono della band, rispetto all’esordio, si era inspessito, inacidito senza compromessi. David Roback, che aveva anche prodotto l’album, rimarcava in maniera ancor più decisa, nella propria musica, il nesso tra il country, il folk, la psychedelia, e gli oscuri rimandi al blues e al rock classico più oscuro e misterioso, mentre la voce della Sandoval si faceva più cantilenante, sonnolenta e sommersa dall’eco, pur rimanendo il fulcro del suono della band.

MazzyStarSo Tonight That I Might See era, così, un album impegnativo, laborioso, lontano dal pop, nel quale, improvvisi, si aprivano alcuni squarci di luce (fioca, ma pur sempre luce): su tutti Five String Serenade, cover di una canzone di Arthur Lee (senza Love) nella quale la delicata chitarra acustica di Roback accompagna senza sforzo, la semplice bellezza della calma melodia cantata dalla Sandoval, con tamburello e violino a aggiungere quel tanto che bastava a creare un piccolo capolavoro.

Più che Yoko Ono, Hope Sandoval si era dimostrata per David Roback, una sorta di Nico, riuscendo a portare all’apice le innate doti autoriali del chitarrista principe del Paisley Underground.

E, per me, una delle rarissime occasioni in cui era impossibile scindere l’ammirazione artistica dall’avvenenza fisica. Una Nastassja Kinski di origini gitane con la voce di un angelo corrucciato.

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