Sam Burton – Dear Departed

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non era per niente difficile dire addio.
Man mano che i giorni sfumavano gli uni negli altri,
diventava sempre più facile

(Colson Whitehead – Manifesto Criminale)

È utile chiedersi perché qualcuno fa quello che è chiamato a fare? È una cosa misteriosa. Non so davvero perché mi sento chiamato a fare musica, proprio come mi sembra che molte persone non sappiano perché sono chiamate a fare qualcosa. Ma potrei elencare i motivi per cui la musica mi ha dato un significato. Alla fine l’ho accettato e lo faccio perché è l’unica cosa che potrei fare.“. Così mi ha risposto, qualche tempo fa, Sam Burton, americano di Ogden, cittadina (un tempo scalo ferroviario verso il West) a poche miglia da Salt Lake City, quando gli ho chiesto quale era il motivo per il quale era diventato un cantautore.
La risposta, tuttavia, era probabilmente già scritta, in scintillanti note nere, nel suo secondo album ufficiale, quel Dear Departed uscito all’inizio di questa estate e che l’ha visto esordire per la ormai prestigiosissima Partisan Records.

Nella seconda metà degli anni 10, grazie all’uscita di un paio di cassette autoprodotte, Burton era riuscito a guadagnarsi un po’ di visibilità nel mondo del folk underground, tanto che, nel 2020, aveva pubblicato il suo album di debutto “ufficiale”, I Can Go With You, per la Tompkins Square, emergente etichetta indipendente di San Francisco, nota allora soprattutto per le ristampe di poco noto materiale del passato. Ascoltando quel lavoro, in effetti, non sarebbe stato inopportuno chiedersi se si trattasse della ristampa di una oscura gemma folk-rock dei primi anni settanta.
Burton, che è un chitarrista autodidatta, ha cominciato a suonare ispirato dai Beach Boys e dai Velvet Underground, ma le sue prime esperienze sono state in una band shoegaze, The Circulars. Ben presto, tuttavia, ha sentito il bisogno di riallacciarsi più profondamente alle proprie radici (“Sono cresciuto con la musica folk e country. Mio nonno la ascoltava sempre in casa. Ho sempre adorato quel genere di musica“), creando qualcosa che fosse più intimo e personale. Così, trasferitosi a Los Angeles in cerca di un’opportunità, ha cominciato a sviluppare un approccio alla musica più acustico e introspettivo, cominciando a tradurre in canzoni le proprie malinconiche e, a volte, amare riflessioni.

Se per I Can Go With You si sono subito sprecati i paragoni con cantautori e folk singer che vanno da Nick Drake a Jackson C. Franks, da Tim Hardin a Phil Ochs, per Dear Departed i nomi più gettonati sono stati quelli di Roy Orbison, Glen Campbell, Jimmy Webb e Harry Nilsson. E, anche se Burton si schermisce (“Quei paragoni sono pazzeschi. Soprattutto perché, e non lo dico per andare in cerca di complimenti, io non so proprio cantare come loro!“), nessuno di quei paragoni sembra azzardato alla luce delle dieci magnifiche canzoni che compongono il nuovo lavoro. Come tiene a far notare lui stesso, c’è, infatti, davvero qualcosa che accomuna il trentenne dello Utah ai numi tutelari del folk inglese e americano, qualcosa che ha a che fare con una qualità spirituale di cui sono intrisi i rispettivi lavori, una connessione che opera a livello più profondo rispetto alle semplici affinità musicali.

La genesi di Dear Departed è, come spesso accade con le opere più riuscite, quasi casuale: la Partisan mette sotto contratto Burton dopo aver ascoltato il demo di Long Way Around, affascinata dall’arrangiamento orchestrale del brano (ottenuto con il solo uso del mellotron da parte dell’amico musicista Aaron Otheim), mentre le idee musicali del cantautore vanno in una direzione diversa, più folk e minimale, sulla scia di un altro demo presentato all’etichetta, quello del brano I Don’t Blame You.
Ma l’occasione è ghiotta e Burton non si fa pregare troppo: scrive altro materiale e sceglie i brani più adatti agli arrangiamenti orchestrali. E poi entra in studio con Jonathan Wilson.
L’incontro dà subito i frutti sperati, grazie a sopraffini arrangiamenti d’archi e a una registrazione dal vivo in studio. Uniti dalla comune passione per il lavoro di Scott Walker, Burton e Wilson costruiscono insieme un piccolo (perché, poi, piccolo?) capolavoro d folk orchestrale.

Dear Departed, con i suoi archi eleganti ma mai magniloquenti, con riverberi country di lap steel, con un fingerpicking discreto ma persistente, con il pianoforte che punteggia straordinarie e celestiali melodie, è un album caratterizzato da rigore formale e intenso calore lirico. Un’opera malinconica, struggente e del tutto fuori dal tempo.
Suona come il lavoro di un artista trasformato, che ha preso definitivamente consapevolezza dei propri mezzi e si è concesso di elaborare un suono più intricato e stratificato, che più che rifarsi esplicitamente a atmosfere retrò, ha un’aura evocativa e atemporale.
Decisamente più ambiziosa che in passato, ma altrettanto coinvolgente e intensa, la scrittura di Burton permette al cantautore dello Utah di dipingere emozionanti affreschi sonori invece che semplici -ma efficaci- bozzetti confidenziali, mantenendo tuttavia sempre il senso della misura e un’atmosfera di intima familiarità.
A brani malinconici e trascinanti come Pale Blue Night, Empty Handed, Long Way Around e A Place To Stay (“Where the valleys low, there’s peace to find/ But now don’t the stars look so very high?/ I’m unknown, I can be found/ For a while and not found out“) con i loro arrangiamenti orchestrali e il crooning caldo e avvolgente, si succedono i passaggi venati di country di Coming Down On Me e, più crepuscolari, composizioni quali I Don’t Blame You e Maria (“Maria rappresenta una specie di spirito che veniva a visitarmi in momenti come quello e che mi faceva sentire compreso“) nelle quali è l’animo più folk e intimista di Burton a prendere il sopravvento.

Si tratta, in ogni caso di composizioni sincere e sentite, sorrette da una scrittura talmente perfetta dal punto di vista dello sviluppo melodico da evitare, anche nei brani più smaccatamente romantici (Long Way Around, Looking Back Again, My Love), l’eccesso di glassa che potrebbe farli risultare stucchevoli.
Dear Departed è un album magnifico, pieno di passione e amore per la musica. Suona familiare, eppure è lontano anni luce da qualsiasi altra cosa il folk abbia proposto di recente. Struggente e malinconico, è una riflessione universale, eppure personalissima, sulla perdita, sulla fine dell’innocenza e sulla rinascita.
Appena uscito, è già un classico del folk senza tempo.

2 pensieri su “Sam Burton – Dear Departed

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