Nick Drake – Heaven In A Wild Flower

Francesco Amoroso per TRISTE©

Credo fosse un pomeriggio di sabato, nell’inverno del 1976.

Mio padre, come abitudine, dopo un riposo postprandiale, si era svegliato e sorbiva nel letto il suo caffè. Faceva freddo. Mi infilai veloce sotto le coperte, dopo essermi, naturalmente, tolto le scarpe. Accendemmo il piccolo televisore grigio, l’unico che c’era in casa (in rigoroso bianco e nero), appoggiato allo sgabello a fianco del lettone. Appena l’apparecchio si fu scaldato, apparve l’immagine di Cino Tortorella (non più nei panni del Mago Zurlì) e cominciammo a guardare lo Zecchino d’Oro.

Sarà stata la persiana abbassata, la sola luce fioca proveniente dal televisore, il tepore del letto e la totale mancanza di un motivetto che potesse essere ricordato, ma ben presto fui preso dal torpore e credo che finii per addormentarmi nel lettone dei miei genitori.

Mi svegliò qualche tempo dopo una musica proveniente dal bagno, dove mio padre si stava facendo la barba. Forse si trattava di Massimo Ranieri o, al colmo della fortuna, saranno stati i Beatles. Non era Nick Drake.

Benché, infatti, Drake avesse scritto e pubblicato i suoi tre album ormai da un lustro (il primo, Five Leaves Left, è del 1969 e l’ultimo, Pink Moon, è del 1972) e fosse anche già da un po’ passato a miglior vita, non era certo il tipo di artista che in una casa per niente interessata alla musica come la mia, mi potessi aspettare di ascoltare nel 1976. Dovetti attendere quasi 10 anni per avere un primo contatto con questo artista straordinario e straordinariamente schivo e sfortunato (almeno in vita).

In un momento imprecisato del 1984 o 85 avevo preso l’abitudine, quasi ogni sabato, di recarmi “in centro” per acquistare, con i soldi della “paghetta”, messi da parte durante la settimana (di solito rinunciando alla merenda di mezza mattina a scuola), un disco 33 giri. Probabilmente quella settimana non avevo un album che volessi davvero, oppure avevo scarse risorse finanziarie. Sta di fatto che la mia attenzione fu attirata da “Heaven In A Wild Flower”, raccolta “mid-price” di brani di Nick Drake, appunto. Il titolo e la copertina (e il prezzo) mi convinsero a fare l’acquisto a scatola chiusa. Ma l’ascolto di quei brani che allora mi apparivano così tristi e malinconici non mi colpì abbastanza da prolungarne molto l’ascolto, tanto che, in poco tempo, il disco e il suo autore erano quasi dimenticati. O, meglio, sepolti nella memoria.

L’incontro, quello definitivo, avvenne molti anni dopo. Forse una quindicina. Non ricordo esattamente l’anno, ma mi trovavo a Londra, in un frangente piuttosto travagliato della mia (lunghissima) post-adolescenza. Per spostarmi dal luogo di lavoro al mio temporaneo alloggio, dovevo cambiare mezzo di trasporto a Wimbledon dove, nella fretta degli spostamenti, avevo adocchiato un enorme negozio di cd a basso prezzo.

Così un sabato (i miei approcci con Nick erano sempre di sabato, a quanto pare) ci andai con calma per cercare qualche cd interessante. Ero solo a Londra e, quando non lavoravo, il tempo era tutto a mia disposizione, ma trascorreva spesso troppo lentamente. Passai ore dentro quel negozio e, immerso nella ricerca, cominciai a riconoscere la musica che veniva trasmessa dalle casse, senza però riuscire a ricordare né dove l’avevo sentita, né il nome del suo autore. Ma la trovavo di una bellezza struggente e accecante.

Fui costretto a chiedere all’uomo dietro la cassa di ci si trattasse. Ricevetti dal commesso uno sguardo piuttosto sdegnato (“Come fai a non conoscerlo?”) e la rivelazione che si trattava di “Way To Blue”, una recente raccolta delle canzoni di Nick Drake. Uscii dal negozio con quella raccolta e tutti e tre i suoi album.

La musica di Nick Drake divenne, da quel momento, parte imprescindibile della mia vita, illuminando i cieli del nord per tutta quella tormentata stagione e continuando a farmi compagnia per molti anni a seguire. Imparai a conoscere la sua storia e ad appassionarmi alla sua breve vita (grazie anche a un piccolo prezioso libro scritto da Stefano Pistolini, “Le Provenienze dell’Amore”, che narra la vita di Drake, intrecciandola con le esperienze dell’autore…) , a cercare ogni piccola testimonianza sonora che nel volgere di pochi anni di carriera Nick aveva lasciato.

I primi anni duemila furono gli anni della riscoperta da parte di tanti della sua arte e così si accumularono raccolte, cofanetti, registrazioni inedite, remasterizzazioni, tributi, cover. Ciò nonostante il mio rapporto con Nick (e quello di ciascuna delle persone che nel tempo l’hanno scoperto e amato) è rimasto sempre intimo ed esclusivo. Canzoni come “Way To Blue”, “Northern Sky”, “Cello Song”, “Which Will” (e potrei continuare citando ogni singolo brano della sua discografia) sussurrano al mio orecchio e parlano al mio cuore, mi accarezzano e mi sconvolgono, quietano le mie paure eppure mi lasciano smarrito e solo. Non c’è spazio per una sua fruizione condivisa (ed è forse questo il motivo per il quale Drake non ebbe alcun successo, in un’epoca nella quale il rock era soprattutto aggregazione e riti di massa). C’è bisogno di quiete, di tempo, della giusta predisposizione d’animo. Ma ne vale la pena.

Si scoprirà, accanto a una voce calda, sincera e indimenticabile, a un fingerpicking unico (che ha influenzato stuoli di musicisti negli anni a venire) e ai perfetti arrangiamenti orchestrali di Robert Kirby, che dietro la evidente malinconia e la tristezza, giacciono anche sprazzi di gioia abbaglianti e una infinita tenerezza.

A volte vorrei ritornare bambino per rotolarmi di nuovo tra le lenzuola del letto dei miei genitori e assopirmi, nella luce calante di un pomeriggio invernale, solo per potermi risvegliare al suono di “Things Behind The Sun” o “Saturday Sun”.

Come accade nelle canzoni di Nick Drake, dove la realtà, il ricordo e il sogno si sovrappongono e si confondono, fondendosi l’una negli altri in maniera disperata e sublime.

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