Flowertown – Tourist Language

“Silent whispers, or some kind of words”
(The Ring)

Sebbene personalmente sia sempre stato molto scettico circa la possibilità di incasellare artisti e band in una scena o in un genere preciso, devo ammettere che, quando mi trovo di fronte a un album di Fog Pop avrei davvero grandi difficoltà a trovare un termine migliore per descrivere il suo contenuto sonoro. Si parla di Fog Pop da almeno due o tre anni, un termine decisamente centrato, coniato proprio da Glenn Donaldson, che con i suoi The Reds, Pinks & Purples, è un po’ il pioniere e il catalizzatore della scena proveniente da San Franciso e dalla Bay Area. Se dovessi provare a descrivere questo “genere”, a chi -ahilùi- non si è mai imbattuto in una delle numerose produzioni che, in qualche modo si rifanno a questa scena, potrei provare a menzionare le chitarre jangle, i ritmi rilassati, le registrazioni Lo-Fi, il minimalismo, una certa candida sincerità e una smisurata passione per l’indiepop “da cameretta” britannico degli anni ’80 (fatto da gente che di nebbia se ne intendeva, in effetti). Potrei citare le melodie e la disarmante semplicità delle strutture sonore. Se, però, dovessi scegliere una sola band non potrei fare a meno di citare i Flowertown: il Fog Pop!

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Liam Gallagher John Squire – Liam Gallagher John Squire

Francesco Giordani. Caro Francesco, ti scrivo dopo aver ascoltato, in auto, e dall’inizio alla fine, senza pause (una sì, lo confesso, ma solo per controllare l’esito infausto di Bayern Monaco-Lazio…), questo disco dei nostri beniamini manchesteriani. La mia destinazione era l’aeroporto di Fiumicino, dove i miei genitori appena atterrati mi attendevano e il caso ha voluto che, per via di alcuni non meglio precisati lavori, ad un certo punto il tragitto comportasse un’imprevista deviazione per Trigoria (sigh…). Questo ha fatto sì che, a mano a mano che mi addentravo nell’ascolto delle canzoni dell’album, la mia vista si perdesse nel buio di strade tortuose, mai battute prima, spesso dissestate o pochissimo illuminate, scandite da curve a gomito e improvvisi avvallamenti, in un’identificazione ai limiti dello psicomagico con i riff bizantini, piacevolmente debordanti, “ipnagogici”, di John Squire.

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Cabane – Brûlée

All we could do
Forever blue
You breathe for me
I’ll breathe for you
Light and darkness swim through the night
Your soft hand in mine

Non so bene quando, ma a un certo punto le cose hanno cominciato ad andare per il verso sbagliato. Coloro che, avendone mezzi e possibilità, avrebbero dovuto guidarci, usare a fin di bene le proprie conoscenze, la propria posizione, il proprio potere, la propria influenza, per portarci, noi tutti, esseri umani, verso un cambiamento, verso un miglioramento, verso un arricchimento della società e degli individui, hanno finito per irregimentarsi e seguire il gregge, per farsene loro stessi influenzare, e, invece di scegliere di cercare di indirizzare le pecorelle smarrite verso un sentiero virtuoso, le stanno accompagnando, allegramente, verso il baratro.
Forse è successo quando l’avvento della rete e dei social network ha trasformato tutti -anche gli sparuti intellettuali superstiti- in tristi personaggi in cerca di consenso, di riscontro immediato, di un prestigio non più faticosamente guadagnato con lo studio e l’impegno, ma con lo spasmodico inseguimento del trend del momento, del carro a cui agganciarsi per ottenere il fatidico quarto d’ora di celebrità.

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The Last Dinner Party – Prelude to Ecstasy

Francesco. Si parla tanto, già da qualche tempo, di crisi demografica delle band, di mortalità precoce della stesse, di insostenibilità economica della tradizionale filiera rock, eccetera eccetera, eppure la mia discoteca virtuale letteralmente straripa di dischi di band vecchie e nuove che attendono di essere ascoltati o riascoltati. Ci sono band antiche che addirittura quasi paiono resuscitare a nuova vita, ad esempio i Kula Shaker del recente spassosissimo Natural Magik, oppure band freschissime d’esordio che, penso ai valorosi neo-post punkers Egyptian Blue o Sprints, riescono magari a sorprendermi con un rasoiata tra cuore e stomaco tanto veloce quanto chirurgicamente eseguita. E tante altre te ne potrei citare, sulle quali ancora non ho idee chiarissime, Talk Show, NewDad, Folly Group, e che pure settimanalmente si riversano a rigagnoli nella memoria del mio telefono, salvate per un “dopo” dai contorni vaghi. Questo strano mondo continua a pullulare di band di ogni tipo, ci sono più band in cielo e in terra, amico mio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia, soprattutto più di quante ne riuscirai mai ad ascoltare davvero con le tue logorate orecchie.

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Grandaddy – Blu Wav

Quando oramai avevamo perso ogni speranza di riascoltarli, un brano pazzesco dal titolo Watercooler è apparso in rete lo scorso 25 Ottobre, illuminando una stanza (o una notte?) buia in cui Jason Lytle probabilmente ancora piangeva la morte per cancro di Kevin Garcia, bassista dei suoi Grandaddy dal 1992. Nei commenti sotto al video trovo frasi inequivocabili: No one gets the heartbreak of modern life like Jason, Grandaddy is not a band but a feeling. E lancio migliore non poteva esserci per il sesto album dei californiani, a quasi sette anni da Last Place e dopo quella tragedia che aveva di nuovo fermato tutto.

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