Keaton Henson – House Party

Peppe Trotta per TRISTE©

È passato oltre un decennio da quando la pubblicazione di Dear rivelava la scrittura intimista e crepuscolare di Keaton Henson e da allora ogni tassello discografico prodotto è servito a dare conferma del suo indiscutibile talento. Canzoni sussurrate a cuore aperto soprattutto, ma anche sporadiche impennate elettriche e pura composizione priva di parole hanno scandito lo sviluppo artistico di un autore profondamente schivo ed introverso, incline ad una naturale malinconia.

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Robbi Curtice – Nothing To Write Home About

Francesco Amoroso per TRISTE©

“Not only has there never before been a society so obsessed with the cultural artifacts of its immediate past, but there has never before been a society that is able to access the immediate past so easily and so copiously.”
(Simon Reynolds – Retromania)

Sostiene Simon Reynolds, in quello che -senza dubbio- è il saggio più importante per comprendere il mondo della musica “leggera” dell’ultimo quarto di secolo- che l’era pop in cui viviamo adora tutto ciò che è retrò e commemorativo. La musica pop(ular) in passato creava un senso di speranza, continua Reynolds, era proiettata verso il futuro e produceva movimenti innovativi come la psichedelia negli anni 60, il post punk negli anni 70, l’hip-hop negli anni 80 e la rave-culture negli anni 90. La musica degli anni Duemila, invece, è stata prima minacciata, poi spodestata, infine annientata dal passato. E, se all’inizio il problema era soprattutto industriale – revival, ristampe, cofanetti, edizioni rimasterizzate, reunion di band, pubblicazione di biografie, memoir e documentari- da molto tempo ormai è una questione d’ispirazione: invece di produrre nuova musica per esprimere se stessi, i giovani artisti e le band esordienti sono saldamente ancorati alla musica del passato. Ne siamo rimasti invischiati tutti.

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Baxter Dury – I Thought I Was Better Than You

Francesco Amoroso per TRISTE©

Lo ammetto subito.
Ho un debole per Baxter Dury. Ce l’ho da sempre. O, per essere più precisi, da quando, ventuno anni fa, ho ascoltato per la prima volta, nella polverosa sede della Rough Trade (West) di Talbot Road a Ladbroke Grove, Oscar Brown.
Naturalmente, mentre l’ascoltavo, non sapevo cosa stavo ascoltando, ma ne ero stato così immediatamente colpito che, nonostante il mio inglese a dir poco zoppicante, mi sono arrischiato a chiedere al tipo dietro il bancone di cosa si trattasse.
Ho così scoperto (o, almeno, mi è parso di capire…) che era il singolo d’esordio di un artista che incideva proprio per l’etichetta Rough Trade e che il suo album d’esordio era quello che il solerte e affabile commesso mi porgeva.
L’acquisto, a scatola quasi chiusa, è stato, naturalmente inevitabile.

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(Make Me A) TRISTE© Mixtape Episode 116: This Is The Kit

This Is The Kit (©Cedric Oberlin)

This Is The Kit, the nom de plume of Kate Stables, has been in existence since the 00s, when Kate moved to Bristol and started playing and collaborating with local musicians.
Now, based in Paris, Kate Stables’ group This Is The Kit have five albums under her/their belt. This Is The Kit’s first album, Krülle Bol (2008), was produced in Bristol by John Parish. The band’s second album, Wriggle Out the Restless, was released in 2010 with the help of Rozi Plain, Jim Barr and Francois & the Atlas Mountains. In 2015 their third studio LP Bashed Out was produced by Aaron Dessner of The National on his Brassland label. In 2017 the band’s fourth LP Moonshine Freeze was released on Rough Trade. In 2018, Stables was invited to join The National on the road for multiple tours and TV appearances – a continuation of her contributions on their album I Am Easy To Find. Their second album for Rough Trade Records, Off Off On, (2020) was recorded just before the pandemic forced the world to pause, with producer Josh Kaufman, a New York-based musician, Hold Steady collaborator and member of Bonny Light Horseman and Muzz. Careful Of Your Keeper, the sixth album by This Is The Kit, produced by Gruff Rhys, will be out tomorrow, June 9th, again on Rough Trade.

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Bar Italia – Tracey Denim

Matteo Maioli per TRISTE©

Fino ad oggi Bar Italia era per me semplicemente una grande canzone dei Pulp – l’ultima in scaletta di Different Class – oltre ad un caffè londinese a Soho che non ho mai frequentato. Poi mi è giunto alle orecchie il disco di un gruppo con lo stesso nome, formato dalla vocalist di origine romana Nina Cristante, con i chitarristi Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton.
Scopro che Tracey Denim è il loro terzo album e vado a rimediare alla mancanza, annotando del precedente Bedhead (tredici canzoni per ventidue minuti) tanto il pop sognante di Itv2 e Tenet quanto un versante più lo-fi e dark rappresentato da Bachelorette e Killer Instinct, con l’ultima che non per nulla cita le liriche di Boys Don’t Cry dei Cure.

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