Olivia Chaney – The Longest River

Francesco Amoroso per TRISTE©

Anni fa, credo fosse il 1986, ascoltai una canzone che si chiamava Weak In The Presence Of Beauty. La cantava un gruppo semisconosciuto, i Floy Joy, e non ebbe grande fama (l’anno dopo la rifece Alison Moyet, ex Yazoo, e fu un successo planetario).

Eppure quel titolo, che fosse inteso in senso ironico o meno, ha continuato a tornarmi in mente regolarmente, che fosse per l’incontro con una ragazza, per la scoperta di un’opera d’arte, per una vista mozzafiato o per l’ascolto di una canzone.

Sì, divento davvero debole in presenza della Bellezza. In sua presenza non so cosa fare, come comportarmi, cosa dire. Mi succede forse più raramente di una volta (evidentemente il cinismo portato dall’età è una buona corazza anche contro la Bellezza) ma continua (fortunatamente) a succedere.

OliviaChaney_TheLongestRiverÈ esattamente questa la sensazione che ho avuto ascoltando per la prima volta la voce di Olivia Chaney. La pulizia, l’eleganza e la cristallina chiarezza del suo timbro mi hanno fatto, per un momento, dimenticare tutto il resto. Mi sono sentito rapito, senza più la forza e la lucidità per esprimere ciò che volevo. Debole, in una parola. Debole in presenza della Bellezza.

Il talento della giovane artista folk inglese (e, stavolta, con folk, si intende proprio la musica popolare, quella degli ultimi quattro secoli, almeno) può essere apprezzato da tutti grazie al suo album d’esordio, The Longest River, uscito da poco per la ultra classica etichetta Nonesuch .

La sua interpretazione del traditional folk scozzese del 17mo secolo, False Bride, è una meraviglia: arrangiato alla perfezione e cantato con classe immensa e con una purezza vocale assoluta, riesce ad essere toccante e appassionante anche per chi ama suoni, voci e arrangiamenti decisamente meno classici.

Per tutto l’album Olivia Chaney continua a elargire brani folk tratti dalla tradizione e da lei stessa riarrangiati, dalla secentesca There’s Not a Swain del compositore inglese Purcell, fino a La Jardinera, riscoperta dalla cantautrice cilena Violeta Parra negli anni cinquanta del secolo scorso.

È davvero sconcertante ciò che la Chaney, grazie soprattutto alla sua incredibile voce, riesce a fare di queste antiche canzoni: accompagnata da una strumentazione scarna (la chitarra, un piano, qualche sobrio arrangiamento d’archi) Olivia infonde luce e vitalità in canzoni che, data l’età, dovrebbero oramai essere ricoperte di polvere e ragnatele.

Non bastasse, i brani originali (Imperfection, Swimming In The Longest River), i cui testi sono costruiti più su immagini e sensazioni che su vere e proprie storie, quasi fossero brevi poesie cariche di emozione, sono all’altezza dei traditional e, grazie anche all’uso sincopato delle liriche, si fondono in maniera mirabile con questi.

Ogni canzone è unica e ciò che rende questo album celestiale è la capacità delle composizioni originali della Chaney di sembrare tradizionali e quella dei traditional di sembrare composizioni moderne.

Troppe parole, mi rendo conto, spese nel vano tentativo di razionalizzare una sensazione di meraviglia. Certi dischi, invece, si dovrebbero solo ascoltare, in rigoroso e concentrato silenzio per godere infinitamente delle loro dolci armonie.

E dire che la Bellezza mi lasciava senza parole…

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