McCarthy – I Am A Wallet

Francesco Amoroso per TRISTE©

In questa “rubrica” ho sempre parlato del passato, raccontando fatti e situazioni che alle orecchie di tanti potrebbero risultare quasi inverosimili.

Ho raccontato di quando i vinili erano considerati scomodi e fastidiosi e la vera rivoluzione era il cd, di quando per ascoltare un album lo dovevi effettivamente acquistare (dopo averlo lungamente cercato e infine trovato), di quando per scoprire nuova musica ci si doveva affidare alla radio o alle riviste cartacee.

Il mondo della musica, in effetti, fino alla fine del secolo scorso, era davvero completamente diverso da quello che tutti vediamo e viviamo oggi.


Eppure non mi era ancora capitato di raccontare la cosa più incredibile: c’è stato un tempo, prima che le band sia indie che mainstream si allontanassero del tutto dalla politica, per paura di danneggiare le loro “carriere” o per semplice disimpegno, in cui c’erano artisti che si impegnavano politicamente in maniera diretta e convinta.

E non mi riferisco all’umanitarismo (che puzzava da subito di paternalismo) di band come gli U2 o di manifestazioni come il Live Aid. Sto parlando di band che facevano del proprio credo politico un caposaldo della loro poetica e della loro espressione artistica.

Allora, a partire dagli anarchici e dai nichilisti punk, sbandierare il proprio credo politico e filosofico non solo non era visto come sconveniente, ma era spesso la ragione stessa per la quale ci si affacciava sulla scena musicale.

Nel 1987 da quella che, solo a posteriori, avremmo cominciato a chiamare C86 scene, emerse una band dal nome emblematico: i McCarthy (dal nome del senatore americano che diede vita alla cosiddetta caccia alle streghe anticomunista degli anni 50), capitanati dal giovane Malcolm Eden. Il loro primo album si chiamava, in maniera altrettanto emblematica, I Am A Wallet (e scrivere questo titolo il giorno del Black Friday me lo fa suonare ancora più tetro e profetico).

La band, formata da quattro ragazzi dell’Essex (uno dei quali, Tim Gane, avrebbe poi formato gli Stereolab insieme alla compagna Laetitia Sadier) scriveva canzoni che erano veri e propri manifesti che spesso partendo dal privato arrivavano a toccare temi universali, senza minimamente rinunciare alla melodia.

La loro musica, una sorta di rivisitazione marxista del C86, era fatta di tintinnanti chitarre Rickenbacker a là Byrds e di una sezione ritmica agile e sempre in movimento. Brani come An MP Speaks, The Way Of The World, o la straordinaria The Well Of Loneliness, rivaleggiavano con i contemporanei capolavori di The Smiths o The Wedding Present, trattando, però, argomenti forti con testi che prendono una posizione politica inequivocabile.

I McCarthy, che sapevano perfettamente scrivere una “indie pop hit”, ne avevano per tutti: dalla Tatcher, naturalmente (Eden cita la sua elezione come l’avvenimento che l’ha fatto avvicinare al marxismo), a Charles Windsor, dal sistema monetario capitalistico fino a dio (God Made the Virus con i suoi testi sul punire i malvagi, i comunisti e le lesbiche è abbastanza esplicita sull’argomento).

I Am A Wallet è un lavoro eccezionale, perché riesce a veicolare un’idea politico/filosofica forte senza impedire alla band di scrivere perfette canzoni pop e ammantarle di un’innocenza e una schiettezza che le rende pressoché irresistibili.

A Novembre del 1989, due anni esatti dopo l’uscita di I Am A Wallet, cadeva il muro di Berlino, ed io ricordo pochissimo di quei giorni: ero troppo perso dietro le mie banali faccende sentimentali e perso nel mio mondo per rendermi davvero conto della enorme portata di quell’evento. Quel disinteresse era, probabilmente, parte del privilegio di essere benestante.

Malcolm Eden, che avevo amato dal primo incontro e che aveva contribuito con i suoi testi a costringermi a capire meglio l’inglese (e anche un po’ il marxismo), non sarebbe stato molto fiero di me. Era perfettamente consapevole di tali privilegi e li combatteva preferendo alle canzoni d’amore brani che si occupavano di politica e società, rinunciando, così, in maniera consapevole, al successo che avrebbe potuto altrimenti arridere a lui e alla sua band:

“I would give all of my heart to you/If only I could/If I had a heart to give/I’d give it to you/And I’d give no thought to her (la Tatcher, n.d.r.) /If only I could/But I’d like something to eat/And I’d like somewhere to sleep/It breaks my heart, but I’m afraid it’s true/We’re all money’s fools/It’s so bad, but it’s the way of the world/Look at the kindly old soul/Asleep in a ditch/Is it a crime to be bad/When it’s not worth being good?/It’s a rotten old life/You tend to find/The rotten will rise/The best are hung/Take a look at that rich shareholder’s smile/How many heads had to fall/Before he could smile?/This is the way of the world/This is the way of the world, way of the world” (The Way Of The World).

 

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