Low – I Could Live In Hope

Francesco Amoroso per TRISTE©

Mio figlio è un bambino a dir poco adorabile. Sveglio, affettuoso, educato (non dovrei dirlo io, forse) curioso. E amante della musica.

Nel suo primo anno e mezzo di vita, però, aveva molti problemi a prendere sonno. Le avevamo provate tutte: cullarlo sul passeggino per poi metterlo nel lettino, cantargli i classici della canzone napoletana, creare attorno a lui il buio e il silenzio assoluto, ma niente funzionava davvero.

Naturalmente furono provate anche varie opzioni musicali, dalla classica al folk, alle canzoni per bambini, senza esito positivo. Quasi per caso, un pomeriggio, notammo che The Invisible Way, l’album allora appena uscito dei Low, sembrava a tratti funzionare.

Ma aveva un difetto: accanto a brani dal tipico incedere slowcore che aiutavano il piccolo a rilassarsi, c’erano brani decisamente più rock che mal si adattavano alle nostre esigenze.
Fu così che riscoprimmo I Could Live In Hope, l’album d’esordio della band di Duluth, Minnesota, uscito nel lontano 1994 e che, all’epoca, era del tutto sfuggito al mio radar.

Il suo primo recupero fu dovuto allo splendido Things We Lost In The Fire che mi fece per la prima volta conoscere e amare Alan Sparhawk e Mimi Parker. In quell’occasione fu inevitabile andare a ritroso e recuperare i loro lavori precedenti, eppure anche se con Secret Name la passione fu autentica e immediata, i primi lavori della band mi risultarono un po’ ostici, tanto da non riuscire a coinvolgermi più di tanto.

La scoperta che I Could Live In Hope funzionasse alla perfezione per far riposare (spesso rimaneva silenzioso e quasi immobile nel suo lettino, ma sembrava piuttosto attento alla musica) il nuovo arrivato, fece, invece, scoccare la scintilla. Per mesi ascoltammo quello splendido lavoro d’esordio quasi al buio, in silenzio e limitando al massimo i nostri movimenti, riuscendo così a introiettare le scarne melodie del trio americano e a familiarizzare con il loro slowcore ridotto all’osso e essenzialmente quasi immoto.

I Low, in fondo, se lo avessero saputo, sarebbero stati contenti dell’utilizzo che facevamo del loro album di debutto: Alan e Mimi (affiancati allora dal bassista John Nichols) sono, oltre ad essere eccellenti artisti, prima di tutto orgogliosi genitori e una coppia affiatata nella vita.

Nati dall’idea forte e inflessibile (rivoluzionaria ai tempi) di suonare musica lenta e tranquilla di fronte agli appassionati urlanti e scalmanati del grunge che spopolava da quelle parti, su questa formula la band del Minnesota ha fondato la propria fortuna: un suono essenziale eppure corposo ed energico, climi e territori sonori sognanti ricostruiti con la classica strumentazione rock di chitarra, basso e batteria (benché il modo di suonare da parte di Mimi un kit ridotto all’osso e, per di più, con il pressoché esclusivo uso di spazzole, renda quest’ultimo strumento piuttosto atipico per una rock band), e, soprattutto, il cantato spesso avvinto, quasi corale, di Sparhawk e della Parker, costituiscono il marchio di fabbrica dei Low.

Se i due lavori che seguiranno l’esordio sono forse più ripiegati su loro stessi e meno immediatamente avvincenti, a tratti quasi autistici nei loro rallentamenti avventati e nelle sperimentazioni minimali, lo slowcore che caratterizza l’esordio è, seppure già sublimato in uno stile unico e peculiare, più diretto e immediato, più sentimentale ed espressivo.

Il tempo sembra fermarsi ogni volta che si ascolta I Could Live In Hope: la grazia e la bellezza di ogni singolo brano, di ogni nota e intreccio vocale rendono, anzi, l’ascolto, quasi un esercizio di meditazione. Ci avvicinano, per 58 minuti (giusto il tempo di un riposino pomeridiano…), al sublime, a una parte di noi stessi che per la maggior parte del tempo è sopita e raramente è raggiungibile.

L’album, che a un ascolto disattento può sembrare quasi glaciale e distaccato, possiede, invece, un calore e un’intimità irresistibili, dovute sia alle semplici ed efficacissime armonie vocali di Alan e Mimi, che allo spazio che si trova volutamente nelle canzoni, nelle quali, sempre, il silenzio è importante quanto il suono.

Canzoni come Word, Lullaby(!), l’incredibile Lazy o Down, nonostante le loro dilatazioni, non hanno una sola nota superflua, tutto suona (o tace) al posto giusto e al momento giusto in modo che il massimo effetto emotivo sia raggiunto già dopo pochi accordi.

È il vuoto, lo spazio, che permette la concentrazione, sono i tocchi sospesi della chitarra di Alan, i ritmi compassati di Nichols e Parker, che ci invogliano e ci permettono di rallentare, di chiudere gli occhi o di aprirli e focalizzarli so ciò che davvero conta, prendere un bel respiro e goderci i piccoli dettagli, quelli che nella fretta di solito ci sfuggono, quelli che significano tutto.

Aspettando di sentire che il respiro di mio figlio si facesse più pesante e regolare, oppure semplicemente tentando di recuperare dal logorio della vita moderna (pur senza l’aperitivo a base di carciofo), le cadenzate linee di basso, i rallentatissimi riff di chitarra e le armonie vocali dolenti, terrene e celestiali, sono, per un lungo momento tutto ciò che riesco a cogliere. E, come diceva qualcuno, “è bellissimo perdersi in questo incantesimo”.

(Ora, qualche anno dopo, mio figlio non ha più alcun problema ad addormentarsi e non vede l’ora di scoprire con noi il nuovo lavoro dei Low, i cui brani rilasciati in anteprima lasciano molto ben sperare. Ne riparleremo).

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