AA. VV. – Some Sort of Secret Sign • A Tribute to Sarah Records

some sort of secret sign

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ammetto di essere nato, almeno musicalmente, in un’epoca in cui non solo la fruizione della musica ma anche la critica musicale erano basate molto di più sulle emozioni e sui sentimenti che non sul valore intrinseco delle canzoni e sulle capacità tecniche dei suoi esecutori. I tempi sono decisamente cambiati. Forse in meglio, non ne ho idea.
Tuttavia l’escludere i sentimenti e le emozioni da un discorso critico più ampio porta ad un livellamento (a mio modestissimo avviso verso il basso) della proposta musicale: basterà, seppure non sia poco, avere buone capacità tecniche, una struttura professionale alle spalle e un’ottima macchina promozionale e il gioco è fatto. La volontà di trasmettere qualcosa, che sia un’idea, una sensazione, un’atmosfera, è ormai, evidentemente, in secondo piano.

La conseguenza diretta di tutto ciò è, inevitabilmente, che Rihanna, che ha comunque alle spalle compositori di livello – provate ad ascoltare le reinterpretazioni della sua (è di Mikky Ekko in realtà) “Stay” fatte dai Low e da Cat Power – sia nella stessa categoria di Soap&Skin, che si disquisisca dottamente delle basi (notevolissime senza dubbio) di Young Signorino per molto più tempo di quello che, invece, si dedica ad approfondire i testi di Julia Holter.

Non dico che la situazione sia peggiorata. Dico solo che è un’idea di musica e di critica musicale che non mi appartiene e nella quale non mi ritrovo. E, visto che in ambito di critica musicale, così come nella vita, a volte occorre prendere posizione, beh, una volta tanto mi permetto di prendere posizione anche io: voi ascoltate pure i talent show dove i ragazzini (pseudo)trasgressivi rileggono i classici del rock (reinterpretandone solo gli aspetti esteriori e dimenticandone il contenuto), io preferisco ascoltare i Chilly Willies che rifanno i Field Mice (comprendendoli).

Perché dentro la musica mi sembra necessario (almeno io ne ho l’esigenza) che ci sia un ingrediente in più, un’anima, un tentativo, almeno, di fare sì che le note risuonino nel profondo, che esista una consonanza tra l’artista e l’ascoltatore.
Il preambolo è lungo, forse inconcludente, ma mi era necessario per ribadire che è sempre la passione a spingermi a fare determinate scelte musicali (con buona pace di chi le considera snobistiche o affettate).

È stata sicuramente la passione che ha spinto Esmeralda Vascellari (Lady Sometimes) e i ragazzi della Gusville prima a immaginare e poi a rendere concreta e reale una splendida raccolta di cover interpretate tutte da band laziali di alcune delle più significative canzoni del catalogo Sarah Records.
Della Sarah Records probabilmente molti oramai avranno almeno sentito parlare. All’epoca (tra il 1987 e il 1995) erano davvero in pochi quelli che (soprattutto fuori dalla Gran Bretagna) se ne erano interessati e innamorati.
Grande merito va alla rete, in questo caso, che ha permesso anche a ragazzi nati quando l’etichetta di Bristol aveva già terminato il proprio percorso, di conoscerla, apprezzarla, amarla perpetrandone il messaggio e gli intenti.
Sono quasi commosso, ascoltando i brani della raccolta, al pensiero che canzoni splendide ma misconosciute, scritte trenta anni fa nella provincia inglese, siano arrivate (intatte e vivissime) nel nuovo millennio in provincia di Latina.

Che la raccolta sia un vero e proprio atto d’amore, lo si capisce sin dalla copertina: è una foto iconica di Roma che, grazie a un accorgimento grafico anche piuttosto semplice, diventa una copertina in perfetto stile Sarah Records: laddove c’erano scorci di Bristol qui c’è un ponte sul Tevere eppure lo stato d’animo trasmesso è esattamente lo stesso.

E il titolo? “Some Sort Of Secret Sign” è un verso della toccante “Boys Don’t Matter” dei Blueboy (una delle band più straordinarie del roster Sarah) ed è, senza mezzi termini, un titolo perfetto: la passione per questa piccola etichetta di Bristol (che allora, pur avendo una forte connotazione politica e musicale, non ha rappresentato alcuna svolta epocale, né ha influenzato in maniera evidente la musica a lei coeva) è diventata, con il tempo, una sorta di segno di riconoscimento segreto, appunto, tra gli appassionati di musica indipendente. Invece che scambiarsi una stretta di mano convenzionale o farsi l’occhiolino, basta una semplice domanda: “Conosci la Sarah Records? Ti piace?” perché nasca (magari anche tra persone che hanno venti e più anni di differenza) qualcosa, un legame che difficilmente verrà sciolto. Perché se due persone ammettono di amare la Sarah Records non solo condividono gli stessi gusti musicali, ma hanno in comune alcuni valori e un certo atteggiamento nei confronti della vita. Una visione del mondo basata sul rispetto reciproco, sull’accettazione delle debolezze proprie e altrui, sull’essere sentimentali senza vergogna, sulla lontana dal becero machismo imperante, dalla prepotenza e dalla necessità di dare un valore venale a qualsiasi cosa.
Amare la Sarah Records è, così, proprio quel segnale segreto che serve, a volte, per trovarsi e riconoscersi.

Naturalmente anche il contenuto musicale non tradisce le aspettative, né per la scelta dei brani, né per l’interpretazione degli stessi. Aprono le danze i laDroga che reinterpretano in maniera sbarazzina e originale (e con deliziosi inserti in italiano) “C Is The Heavenly Option” degli Heavenly, seguono i Black Tail che scelgono di coverizzare gli Springfileds, band con la quale condividono molto dal punto di vista musicale e Dull Company Myself che non poteva che rendere la new wave di The Wake ancora più fredda e cupa.  I Tirrenian si cimentano con “Pristine Christine” dei Sea Urchins, stravolgendola, pur nel profondo rispetto dell’originale, con la sostituzione delle tastiere alle chitarre, mentre I Real Beauties rifanno quella che, in qualche modo, può essere considerata un manifesto della Sarah – “I’m In Love With A Girl Who Doesn’t Know I Exist” di Another Sunny Day – regalandole un urgenza quasi punk che la rende ancora più vulnerabile e naif. “Emma’s House” è la scelta dei Chilly Willies e la loro versione, grazie anche al perfetto cantato dell’ospite Valentina (che sarebbe bello poter riascoltare in altre occasioni), è un appassionato, emozionane e sentito omaggio all’immenso originale dei Field Mice, mentre True Sleeper, la nuova creatura di Marco Barzetti di Weird. , riesce a rendere personale e unica la versione di “Bittersweet Kiss” dei Gentle Despite (sarà che l’avrà ascoltata milioni di volte prima di andare a dormire…). La deliziosa cover acustica di “Gunnesbury Park” degli Hit Parade, che sembra suonata da Marco El Salah Din in un qualsiasi parco della provincia pontina al crepuscolo, chiude il cerchio.

L’eredità della Sarah Records è emersa lentamente, solo grazie al tempo, ma è emersa con forza grazie a operazioni straordinarie e sentite come questa. Una raccolta fatta con l’anima e con il cuore e che con questo organo, ancora prima che con le orecchie, va ascoltata e amata.

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