Tallies – Tallies

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Francesco Amoroso per TRISTE©

Non prendetevela con me. Non sono uno scrittore di talento. Anzi nemmeno uno scrittore. Sono, quindi, molto spesso costretto a prendere a prestito da altri le parole che mi mancano per spiegare ciò che penso e provo.
Lo so. Ho più volte abusato della storia della Madeleine di Proust. L’ho fatto anche qui, tempo fa. L’avevo premesso, dovrete essere indulgenti e perdonarmi.

Del resto è più forte di me: certe sonorità mi riportano, esattamente come il dolcetto che il sommo artista francese inzuppava nel tè, a rivivere sensazioni passate, sentimenti sopiti, attimi e brividi a lungo dimenticati. E, esattamente come Proust non aveva bisogno di mangiare ogni volta la stessa identica madeleine per ritrovarsi catapultato in un passato vagheggiato e reso più sereno e levigato dallo scorrere del tempo, non ho bisogno di riascoltare ogni volta gli Smiths o i Cocteau Twins per riprovare quelle tanto amate sensazioni.
I Tallies, per esempio, hanno appena sfornato quella, che per me, è una sorta di madeleine da una decina di chilogrammi.

Sono una giovanissima band canadese, formata da quattro amici poco più che ventenni (Sarah Cogan, voce e chitarra ritmica, Dylan Frankland, chitarra, Stephen Pitman, Basso e Cian O’Neill, batteria), che,  con il proprio omonimo album d’esordio, riescono, senza alcuno sforzo apparente, a  rinverdire i fasti del dream pop di matrice britannica a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Non posso che rimanere esterrefatto e ammaliato davanti alle loro canzoni.

Quello compiuto dai Tallies  è davvero un piccolo miracolo: muovendosi sinuoso tra il dream pop e lo shoegaze più etereo, Tallies è un’immersione totale e rinfrescante in quei suoni e in quelle atmosfere che urlano ai miei sensi: adolescenza, amore disperato, spleen, ideali, speranza.  Nelle undici canzoni che compongono l’album, conturbanti e dotate di grande fascino (e di melodie così immediate da risultare perfette) ritrovo d’incanto le chitarre degli Smiths, le armonie degli Aztec Camera e le alchimie sonore dei Cocteau Twins, con tonnellate di layers e riverberi. I loro testi raccontano, in maniera volutamente semplice, come nella migliore tradizione di quella che una volta si definiva New Wave (ma ne è passata di acqua sotto i ponti da quando poteva definirsi “new”),  dei pensieri che affollano la testa dei giovani, della vita che sboccia, del diventare adulti, dei rapporti familiari, dell’amore e delle relazioni interpersonali.

Estraendo, come provetti minatori, sonorità cristalline e oscure dal passato e plasmandole alla luce del presente, i Tallies sono consci di riproporre in maniera sfacciata strutture già sentite, ma lo fanno senza preoccuparsene affatto e senza rinunciare alla propria originalità: se ogni riff di chitarra rimanda allo stile di Johnny Marr, ogni arrangiamento alle trame sonore e alla inconfondibile produzione di Robin Guthrie e, sopra tutto il resto, la voce e il modo di cantare di Sarah Cogan richiama i toni delicati e malinconici della sublime Harriet Wheeler dei Sundays, la band canadese è dotata di personalità tale (e di tali doti di songwriting) da non sembrare mai un clone. Canzoni come “Trouble”, Mother”, “Midnight” o “Eden”, con le loro linee melodiche nostalgiche e commoventi, ma al tempo stesso energiche e sostenute, ne sono una conferma immediata e lampante.

E, allora, perché indugiare su sottigliezze da (wannabe) critico musicale o esperto (che non sarò mai) se posso rilassarmi, sedermi in poltrona e fare indigestione delle mie adorate madeleine, senza neanche rischiare il mal di pancia)?
Vi invito, almeno ogni tanto, a fare lo stesso. La nostalgia, in tempi frenetici e rabbiosi, è un atto rivoluzionario.

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