BeMyDelay – Bloom Into Night

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Che fine fanno le condizioni ideali che si manifestano agli occhi di qualcuno troppo concentrato a immaginarle? Che succede ai più di tutti gli aggettivi entusiasmanti quando l’ombra di un ricordo si riflette nello specchio del presente?

Perché di tutti i se che una mente può calcolare ci sfugge sempre il fotogramma chiave?
Cosa mi ha tenuta inchiodata alla sedia quando ho sentito forte chiamare il mio nome dalla finestra?

“Three swords pierce my heart…
and if you can help me…
and I know that my love should be stronger. My love should be stronger.”

Inizia così Bloom Into Night, il terzo album di BeMyDelay per Boring Machines (al secolo Marcella Riccardi, conosciuta anche per le esperienze con Massimo Volume, Franklin Delano e Blake/e/e/e).

Otto densissime tracce che accompagnano un’inquieta meditazione. Fioriscono nel buio umido della notte, quando il brusio delle faccende quotidiane si placa e dalle pieghe nebbiose e madide della propria intimità rigurgita una nebulosa di pensieri. Frasi accennate, scomposte ed evocative, come un flusso di riflessioni solitarie trascinate da leggero fingerpicking e abissali riverberi. Poche note sparse nell’aria del primo brano si intrecciano a una voce ampia e languida. Uno strato di elegante folk classico sfuma in punte di psichedelica più intima e struggente (Three swords).

Sono i vuoti che donano potenza al cantato veemente, agli arpeggi robusti (Holes in the brain, Love Hurts), rendendo alla melodia un senso di profonda malinconia, un sentimento universale e vasto, fisicamente percepibile e al contempo inafferrabile, incomprensibile. In un crescendo melodico, costruito da un’elegante chitarra, vibranti inserti di batteria e una voce appassionata e spessa, risuonano condizionali (If I) che lasciano al lento sfumare dei droni finali il tentativo di tacere l’incertezza. L’impossibilità di trovare risposte concrete se ogni alternativa si muove sull’unico piano della fantasia, dell’astrazione, dell’inazione.

“It is a lie in the dream”, così si avvicina la fine dell’album: un riff di batteria leggero sembra anticipare il crepuscolo, l’atmosfera è più luminosa sebbene ancora rarefatta (Like a dream). Sottili e frementi vibrazioni quasi esotiche chiudono un momento di riflessione intenso e visionario. Come un sogno che si infiltra tra le impalcature solide della realtà, sovrapponendo i piani tra ricordi e desideri.

Forse perché è solo tessendo sfumature tra opposti, diluendo l’attimo di sospensione tra assoluti, che si riesce a percepire il grande movimento che anche l’immobilità porta con sé. Forse, anche se la disastrosa naturale tendenza all’autosabotaggio ci immobilizza davanti al richiamo schietto del nostro nome provenire dalla strada, non significa che una parte di noi non si sia comunque affacciata alla finestra.

Forse perché sembra sempre tutto a posto prima di scoprire che niente è in ordine.

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