Azymuth @Monk – Roma, 7/11/2019

Emanuele Chiti per TRISTE©

Il freddo piano piano avanza, e nel cortile del Monk l’umidità fa sentire questo peso raddoppiato. Ci potremmo riscaldare in mille modi in questa serata di inizio novembre, l’alcol può dare una relativa mano, le giacche oh si.

Ma c’è qualcosa che ritempra le membra più di ogni altra cosa, almeno per me: il pensiero di un trio che fa jazz funk e che viene da Rio De Janeiro. Le cose più lontane dal concetto di freddo/pioggerellina fastidiosa che possa pensare.

E quindi grazie Azymuth che siete proprio qui al momento e con il tempo giusto. Gli Azymuth sono tra i nomi più di culto della scena jazz funk mondiale e non appena la data al Monk è stata annunciata il chiacchiericcio tra gli addetti ai lavori e gli appassionati si è fatto insistente.

Un trio che mescola le sonorità più classiche dei sopracitati generi, riducendo il tutto all’essenziale (batteria, basso e tastiere) e aggiungendo quelle melodie malinconiche ma solari che da Antonio Carlos Jobim in poi abbiamo apprezzato. E bastano quelle per riportare un suono “globale” ad una determinata coordinata geografica: l’immenso Brasile.

In attività dal 1971, fautori di tanti dischi considerati perle rare (il più famoso è Light As A Feather del 1979, ma consiglio vivamente anche Brazilian Soul, nomen omen) gli Azymuth, dopo solo una breve pausa nei decenni passati, hanno continuato a proporre groove e suono con costanza anche sorpassando la scomparsa del tastierista Jose Roberto Bertrami, sostituito da Kiko Continentino.

Kiko ha accompagnato anche in questa serata gli altri due membri originali degli Azymuth, cioè Alex Malheiros (basso) e Ivan Conti (batteria). E la lunga serata si rivela per quello che ci si aspettava: un compendio di tutto quello che ha fatto grande quel suono specifico, un basso fluido e pensante, una tastiera magari a volte invadente ma che regala sfumature uniche, una batteria quando lenta e essenziale e quando folle e sincopata.

I cambi spiazzano mantentendo la caratteristica di un altro mostro sacro dei settanta cioè il progressive. Il vibe può risultare datato, ma dagli Azymuth non ci aspettiamo di certo una contemporaneità posticcia e finta, quanto un salto indietro nel tempo che poi in passato è risultato porta per il futuro. Un passatismo originale: gli Azymuth sono l’unione perfetta tra il groove nero e il feeling bossa nova e nessuno potrà mai toglier loro questo.

Alla fine della serata tutti soddisfatti, compresi i nostri che si prestano a tante foto con i fan, sia più maturi che sorprendentemente giovani. Perché il tempo passa, il groove rimane.

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