Alliyah Enyo – Echo’s Disintegration

Francesco Amoroso per TRISTE©

Una premessa è doverosa: questa non è una recensione. Non che le altre cose che scrivo qui lo siano in maniera incontrovertibile, ma, quando le scrivo, l’intento neanche tanto velato sarebbe quello. In questo caso non ci provo neanche. Non ho gli strumenti adatti, né la cultura adeguata, né, tantomeno la voglia.
Forse mi sto spingendo troppo oltre, in territori per me non troppo esplorati e avrei fatto meglio a raccontare dell’ennesimo disco folk o jangle pop (ce ne sono tanti di cui mi piacerebbe ancora parlare e che meriterebbero) oppure, giusto per attirare qualche click o qualche polemica (che poi fanno sempre un sacco di click) avrei potuto scrivere una bella classifica dei migliori dischi di una decade a caso.
Ma sento il bisogno di rischiare e proverò a parlare di Echo’s Disintegration, la prima testimonianza incisa dell’arte della giovane musicista di Leeds (trapiantata a Edimburgo) Alliyah Enyo.

Innanzitutto so pochissimo di lei. Il suo nome – o quello che si è scelta- è Alliyah e scopro che, in questa grafia, è prettamente anglosassone, ma deriva dall’arabo Aliyah che vuol dire “ascendere”, mentre Enyo (Enio in italiano) era una divinità minore della Grecia antica, dea della distruzione e della strage.
Aliyah viene da Leeds e pare abbia iniziato tardi a creare suoni, dopo essere stata una ballerina per molti anni. Lasciata la danza ha iniziato a fare la DJ e ha intrapreso una scuola d’arte. Per anni ha fatto parte di cori e ha scoperto la musica elettronica, sperimentale e non occidentale, solo recentemente, dopo aver lungamente ascoltato pop, classica e R’n’B.
Lo racconto non per tentare di sostituirmi a wikipedia, ma per provare a dare -innanzitutto a me stesso- qualche coordinata.

Enyo è innanzitutto una performer, non solo una musicista o una cantante e probabilmente i suoi suoni acquistano ancora maggiore potenza durante una performance visiva, ma le registrazioni raccolte in Echo’s Disintegration forniscono già una chiara idea della potenza emotiva delle sue esibizioni.
Originariamente nato come registrazione dal vivo presso la St. Mary’s Episcopal Church di Edimburgo nel 2021 (la cui registrazione dal vivo è presente sul lato B della cassetta -unico supporto fisico purtroppo disponibile), Echo’s Disintegration è stato, diviso in cinque tracce, registrato nuovamente presso il Green Door Studio di Glasgow, ma ho la sensazione che nulla si sia perso della sua vibrante ed eterea eccezionalità.
Ci sono loop, voci e ritmi spezzati, echi, riverberi. Ci sono le campane della chiesa e i profumi dell’oriente. Ci sono, per chi li ricorda, i suoni della 4AD più sperimentale (When My Mind Is Quiet I Drift 2 U potrebbe essere un brano del progetto This Mortal Coil, e uno dei più riusciti), dei Dead Can Dance (in una sorta di riappropriazione culturale, forse), dei Revolutionary Army Of The Infant Jesus (che, come Enyo, uniscono spiritualità di oriente e occidente), dei nastri di William Basinski.
Sicuramente c’è anche molto di più, ma non lo colgo.

Ciò che colgo, nonostante non ci siano testi in tutto l’album, è il dolore, il desiderio e la perdita che caratterizzano la vocalità calda e penetrante di Enyo. La magnifica The Healer (rielaborata dal coinquilino Naafi su un loop inciso quasi casualmente da Enyo) – sembra offrire una chiusura piena di speranza, di possibilità con la sua struttura quasi lineare e le percussioni che rendono più terrena una musica altrimenti aerea.
Enyo racconta che le composizioni sono state ispirate da alcuni eventi della sua vita piuttosto disorientanti e che creare musica in quei frangenti l’ha aiutata a rimanere ben radicata e ad avvicinarla alla spiritualità (e basterà ascoltare Hymn e la successiva Choral Fragmentation per rendersene conto).
Ci dice anche che il lavoro gira, in qualche modo, intorno al mito della ninfa Eco, la cui voce si propaga all’infinito, anche se la sua forma diventa disincarnata, anche se e quando non viene vista.
Prendo per buone le sue parole e mi limito a dire che, in effetti, anche dopo che l’ultima nota si è spenta, i suoni di Echo’s Disintegration continuano a risuonare, a vibrare in quello spazio non ben definito che si trova forse tra il cuore e le viscere (che, poi, magari, è dove risiede l’anima).

Ascoltando senza soluzione di continuità i cinque brani che compongono l’album vero e proprio e la lunga registrazione dal vivo che lo completa (e da cui l’album si sviluppa) non è facile distinguere ciò che è stato registrato in chiesa e ciò che arriva dallo studio. Probabilmente è grazie alla profondità e all’equilibrio del riverbero e dell’eco, o, senza cercare di capire dettagli tecnici che non mi competono, è grazie alla voce di Enyo, che, con continue sovrapposizioni, declama, culla, fa rabbrividire, conduce una liturgia obnubilante e totalmente coinvolgente.
Soffermarsi sui singoli brani, così, non avrebbe gran senso, perché quello di Echo’s Disintegration è una specie di viaggio onirico, dal quale ci si risveglia (ancora assorbiti e attoniti) solo quando, a poco più di cinque minuti dalla fine della registrazione live, entra in gioco una chitarra elettrica. E’come rimettere i piedi a terra dopo aver fluttuato per più di un’ora nell’etere. E, tuttavia, anche in quel momento Alliyah Enyo riesce a sbalordire.

Echo’s Disintegration è un lavoro che -come sarà risultato ormai chiaro- ho molte difficoltà a definire. Forse, però l’espressione capolavoro non si allontana troppo da ciò che vorrei esprimere. E’ un album che richiede totale attenzione, concentrazione, forse uno stato meditativo, ma che ripaga ogni sforzo.
Alliyah Enyo vuol dire ascensione e distruzione ed è esattamente così che mi sento ogni volta che ascolto il suo primo lavoro: elevato e devastato.

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