Bully – Sugaregg

Emanuele Chiti per TRISTE©

Un recente articolo del New York Times ha dichiarato che il 2020 è stato l’anno che ha segnato il ritorno vincente delle chitarre sul mercato.

Il motivo principale sembra essere stato l’ausilio psicologico che lo strumento con le sei corde ha dato a tante persone che da un momento all’altro si sono ritrovate chiuse in casa e hanno preferito imparare a suonare il più “popolare” tra gli strumenti o ritornare a suonarlo, piuttosto che fare puzzle o disegnare mandala.

Quindi probabilmente il frutto di una sfortunata casualità? Probabile. Ma quello che certamente può essere più interessante è capire se le chitarre possano ritornare ad avere un impatto importante sulla società di massa, o per lo meno una parte minoritaria della società di massa, non tanto i magari pur pregevoli tentativi casalinghi di improvvisazione chitarristica da parte di migliaia di americani e non-americani.

L’improvviso successo veicolato dai vari social e da Youtube dell’adolescente Beabadoobee con il suo alternative rock da cameretta può essere un discreto segnale in tal senso. Ma ancora più interessante è il cammino dei Bully, che nient’altro sono che il progetto solista della cantante e chitarrista Alicia Bognanno.

I Bully sono al terzo disco, il secondo su Sub Pop (e già capiamo moltissime cose). Sugaregg è il primo album dove fondamentalmente la Bognanno fa “tutto da sola”, con l’ausilio di John Congleton in studio. Musica a parte, la prima cosa importante da sottolineare di Sugaregg è il fatto che sia un disco le cui tematiche sono incentrate sul disagio che Alicia ha vissuto relativamente alla diagnosi di bipolarismo che le è stata confermata.

Il tema dello “stare male” è stato dato in prestito negli ultimi anni soprattutto a progetti che con il rock inteso in senso tradizionale avevano ben poco a che fare (parlando di “grandi numeri” possono fare eccezione i Protomartyr, ad esempio). Un modo altamente funzionale (e spontaneo) di entrare in simbiosi con migliaia di animi inquieti e vogliosi di fuga, anche solo mentale, dalle proprie camerette. Proprio come era la prassi, una ventina di anni fa.

La musica è altamente d’impatto, un pugno in faccia come se Liz Phair suonasse con una backing band formata da membri dei Superchunk e degli Sugar. Un power pop ad alta densità di distorsione chitarristica, e i migliori esempi non possono che essere pezzi come il singolo Every Tradition, Like Fire o Where To Start. Senza rinunciare ai classici momenti riflessivi che lavori del genere in modo spontaneo portano con se (ad esempio la conclusiva What I Wanted).

Decisamente una boccata d’aria fresca sia per i più “giovani” sia per chi è cresciuto a pane e Breeders o Hole. Non sappiamo se le chitarre siano tornate, ma decisamente non vediamo l’ora di vedere Alicia Bognanno incendiare un palco con tutta questa grinta.

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