Olec Mün – Reconciliation

Peppe Trotta per TRISTE©

Ripercorrere il passato alla ricerca delle proprie radici è un atto mai semplice eppure estremamente importante per comprendere se stessi e per capire da cosa scaturisce il proprio presente.
È una ricerca intima che spesso viene trattenuta, assorbita per essere gelosamente custodita.
Ma non sempre è così.
A volte, per ragioni diverse, si avverte la necessità di condividere le sensazioni derivanti da tale opera di scavo interiore e ci si ritrova a dover scegliere il mezzo a noi più affine per farlo. Marcelo Schnock alias Olec Mün ha scelto la musica, suo linguaggio d’elezione.

Nipote di quattro rifugiati ebrei, scappati dall’Europa assoggettata al nazismo per iniziare una nuova vita in Argentina, il musicista sudamericano decide di immergersi nel doloroso passato dei suoi avi per giungere ad una catarsi che contemporaneamente sciolga una personale inquietudine legata alle vicende familiari e divenga universale messaggio di speranza e solidarietà.

Diviso in due sezioni, “Reconciliation” si propone quale peregrinazione fisica e musicale alla riscoperta di valori positivi sopiti, riconquistati attraverso un tragitto tra ombre profonde, emozioni dipinte attraverso i vividi colori di un pianismo viscerale e autentico a cui non serve null’altro che flebili risonanze ambientali e alcuni inserti vocali per esprimere intera la gamma di sensazioni da cui tutto si irradia.

La prima parte, “Songs for my Ancestors”, raccoglie i ritratti dei quattro nonni, una traccia per ciascuno intitolata con il loro nome, traduzione in suono di memorie ad essi connesse. Con estrema delicatezza e vitale ispirazione si passa dalle malinconiche ed essenziali stille di “Richard” alla dolente danza di note, in parte frutto di libera improvvisazione e dai tratti vagamente jazzy, di “Dora”, dal toccante ricordo di “Freddy”, impreziosito dalla stessa voce del protagonista, alla nostalgica fuga nei ricordi di bambino ispirata da “Jetty”.
Ogni nota è una carezza, ogni fraseggio un tocco cauto con cui ripercorrere il volto delle persone care ripensando alle proprie origini.

Ai quattro movimenti di “The Refugee’s Journey”, seconda metà del lavoro, è affidato il compito di riemergere dal tempo andato per tornare lentamente al presente, guidati da umbratili linee lievemente dissonanti e gradualmente orientate verso una prospettiva più luminosa, fino all’approdo ad una quieto mare di ritrovata fiducia e benessere che assume la forma di un canto cullante ed aggraziato.

Un ispirato viaggio alla riscoperta di sé e di un’umanità da lungo tempo perduta.

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