Keaton Henson – Monument

Peppe Trotta per TRISTE©

La bellezza non sempre fa spettacolo, a volte è malinconica, sussurrata, incerta. A volte inizia dentro di noi come un anelito a chissà cosa, come una domanda confusa, e poi si fa ritrovare fuori, e sembra la stessa domanda che è diventata parte della realtà.

In queste poche righe estratte dal suo “Isole – Guida vagabonda di Roma”, Marco Lodoli esprime con abbagliante efficacia come il bello possa annidarsi ovunque e sorprenderci in modo totalmente inatteso. Non soltanto apparire  evidente  lì dove siamo abituati a cercarlo, ma trovarsi immerso nell’ombra di un angolo discreto, nascosto in attesa che qualcuno o qualcosa lo riveli. E tra questi antri oscuri si annovera anche il dolore di un’anima che soffre, sentimento profondo e travolgente che a volte riesce a divenire fertile linfa da cui estrarre cristallina poesia. Un’elegia delicata e dolente capace di incantare e coinvolgere, così come accade ascoltando il nuovo, ispirato lavoro di Keaton Henson.

Quattro anni sono passati da “Kindly Now”, tre dei quali passati a comporre e dare forma ad un’ambiziosa sinfonia strumentale,  cristallizzata nell’ep  “Six Lethargies” pubblicato lo scorso anno, incentrato sull’esplorazione dei sentimenti che agitano una mente alla deriva. Archiviata questa travagliata esperienza da puro compositore, Henson torna a vestire i panni del cantautore diretto e privo di filtri che abbiamo avuto modo di apprezzare a partire da “Dear”, folgorante esordio distante ormai quasi un decennio.

Ciò che con “Monument” il musicista inglese ci offre è un caleidoscopio di emozioni vivide, riflessi dei momenti più difficili di una vita che scorre, frangenti complessi legati al senso di perdita scaturente dalla morte di una persona cara, dalla fine di un amore, dal semplice trascorrere del tempo. Sono sensazioni aspre, portate in superficie attraverso un percorso creativo solitario, definitivamente formalizzate grazie alla preziosa collaborazione di Philip Selway dei Radiohead, Leo Abrahams e Charlotte Harding, che hanno saputo dare il giusto e misurato respiro ad intime confessioni lasciate libere di fluire per giungere ad un’anelata catarsi.

È sempre la voce fragile del musicista londinese a guidarci, a raccontarci un universo commovente disegnato da essenziali fraseggi di chitarra e toccanti trame di pianoforte, spesso incastrate tra i suoni di vecchi nastri, nostalgiche risonanze ambientali estratte da vecchie immagini di famiglia (“Self Portrait”) ed ariose aperture orchestrali affidate alla voce enfatica degli archi (“Prayer”). Ad espandere e rendere più eterogeneo questo introverso  itinerario, troviamo flebili fondali sintetici su cui si adagiano le abituali strutture folk (“Ontario”), improvvise impennate elettriche (“While I Can”) e frangenti di maggiore coralità scanditi dalle linee ritmiche di Selway e da arrangiamenti più incisivi (“Husk”).

C’è qui intera la capacità di Henson di scavare in se stesso per tirare fuori ciò che rende travagliato il suo presente e tramutarlo in pure vibrazioni che ci parlano della difficoltà di accettare la morte di un padre (“Bed”, “The Grand Old Reason”) e di relazioni giunte al termine (“Thesis”).

Un toccante viaggio nelle profondità dell’animo umano alla ricerca di quella bellezza rimasta intrappolata lì sul fondo.

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