IOSONOUNCANE – IRA

Emanuele Chiti per TRISTE©

La pianificazione dei trasporti è un aspetto del mondo che ci circonda che moltissimi di noi trascurano. Siamo circondati di cose che non ci rendiamo conto di quanto siano importanti ma, anche giustamente, ignoriamo del tutto o alla meglio non ce ne curiamo. O ci lavori e stai dentro in pieno ad un determinato argomento oppure devi essere davvero curioso del “come funzionano le cose”.

Perché questo preambolo? Non si parlava di musica qui?
Perché proprio leggendo in giro (che per i nostri tempi frenetici si traduce: da Wikipedia in su) di pianificazione dei trasporti e di quanto impattano sulla nostra vita e le relative ansie, perdite economiche, impossibilità di fare le cose, ho ragionato sul Valore del Tempo. Il VOT (Value Of Time) è una grandezza proprio usata nella pianificazione dei trasporti ed indica il valore monetario associato al tempo impiegato per muoversi.

Banalmente (e giustamente!) ci raccontiamo spesso che dovremmo riprenderci il nostro tempo, che è quello importante, non i vili quattrini. E su questa teoria, quella del valore del tempo, noi amanti della musica ci siamo ritrovati a scontrarci negli ultimi di.
Spesso leggo da più fronti: un disco lungo e per di più doppio non è più affrontabile o fruibile al tempo nostro. Ma non dalla gente “comune” (leggi: normale), ma anche da noi piccoli aspiranti critici. Hanno quindi vinto loro? Ci hanno preso davvero tutto? Eppure i film, anche lunghi due ore ce la facciamo a guardarli: con la musica l’idea di ritagliarsi, sì anche due ore, ci sembra forse troppo.

E quindi eccoci qui: IRA è una sfida, una presa di posizione. Perché essendo uno dei dischi italiani più chiacchierati, sin da prima che uscisse (roba che parliamo del 2020, ritardi su ritardi sia per disco che per tour causa pandemia) e già dalle intervista poco precedenti il disco, Jacopo Incani lasciava intendere che questa non era roba facile.
Intendiamoci: lui non è mai stato facile, anche quando vi fanno credere lo fosse stato in passato (un rimedio: ascoltate i dischi, poi parlatene. Gli esempi dei detrattori manifestano delle mancanze di base che o è malafede o cambiate hobby). Ma qui l’asticella si alza: disco doppio, linguaggio translinguistico destrutturato, musicalità altissima (sia nella composizione che nelle variazioni all’interno delle tracce) e il valore del tempo che dobbiamo riprenderci per dedicarlo ad un’opera audio, come questa. E non solo.

Sì perché la differenza tra un disco come IRA e poniamo un’uscita della mai non troppo glorificata Boring Machines nostrana, penso ad esempio agli Heroin In Tahiti, è anche che qui il messaggio arriva a molte più persone. E non si tratta di costringere la gente ad ascoltare sempre due ore di dischi: significa indirizzare una linea, che anche queste cose, belle e ricercate, diciamolo, possono funzionare e possono uscire dai nostri confini. Non siamo solo musica leggerissima o l’ormai andato e con i giorni contati (per quanto riguarda le “grandi masse”) it-pop buttato lì. Un disco doppio, che dura quasi dure ore, con gente che sa il fatto suo lì sopra, scritto bene, suonato meglio.

Musicalmente IRA è impossibile da descrivere appieno: lasciamo stare i paragoni con gli Swans o Thom Yorke, dentro c’è di tutto. Mi piace immaginarlo come una versione oscura del nostro mondo mediterraneo e latino, un viaggio nelle tenebre di un deserto e di un mare infinito e pericolo. Similitudine fatta anche da Incani ed adatta a quello che in fondo succede, proprio nella nostra Italia.

Senza vergogna l’ho definito il disco italiano più importante dai tempi di Epica Etica Etnica Pathos dei CCCP dopo averlo ascoltato: rimango di questa idea.

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