Easy Life – Life’s A Beach

Francesco Giordani per TRISTE©

Sono giorni confusi e la musica certo non mi aiuta ad essere lineare come vorrei. I giorni mi si aggrovigliano irrimediabilmente, scivolando dalle dita che pure cercano di scioglierne tutti i nodi e le doppie o triple punte.

Mi ritrovo a vagabondare come un’anima in pena di disco in disco, prigioniero dell’algoritmo volubile della mia mente capricciosa, tra inevitabili “ricaccioni” (Ultra Mono degli Idles, che mi si conferma a distanza di mesi album avarissimo di colpi di scena, al contrario del formidabile Welfare Jazz), classici irrinunciabili (Loveless, la Deluxe di Back to Black nell’imminente decennale della morte di Amy, l’omonimo dei Suicide che è sempre un ottimo ansiolitico serale soprattutto se diluito in un amaro benedettino), vecchi leoni poco impagliati (Paul Weller o il grandissimo Momus) e abbaglianti quanto consolanti scoperte.

Tra queste inserisco senza la minima esitazione l’ep The Best Is Yet to Come  degli east-londinesi This is The Deep, saporitissimo e ribollente minestrone che nella sua appiccicosa brodaglia “all’inglese” ricucina di tutto un pop, dai grandguignoleschi scemismi di tradizione Fat White Family ai più recenti scherzi synth-cabarettistici degli HMLTD, senza colpo ferire. Ne sentiremo parlare.

Ma soprattutto segnalo quello che rischia di rivelarsi mio personale disco d’esordio dell’anno. Ovvero Life’s A Beach degli Easy Life, giovane e sgargiante quintetto di polistrumentisti originari di Leicester che dal 2017 (anno d’uscita del giù notevole singolo Pockets) disseminano i loro lampi pop in terra d’Albione nel crescente interesse di stampa e pubblico. Alla testa della banda (abbigliata saccheggiando abilmente stoffe e cromìe tanto al principe di Bel-Air quanto agli Happy Mondays del 1991) troviamo Murray Matravers, sorta di reincarnazione morrisseyana esteticamente aggiornata al gusto della generazione Z.

L’Inglese, cresciuto nella sua bolla di ascolti compulsivi accumulando lavori pittoreschi (venditore di patate al mercato, gestore di una latteria) in attesa di sublimarsi in idolo pop, ha raccolto con ogni evidenza sufficiente materiale biografico per mettere a spartito i travagli vari ed eventuali ma anche i sogni di affermazione sociale di una generazione post-qualunque-cosa che ai profeti preferisce (e giustamente) i testimoni.

Lo si capisce quasi subito ascoltando le minime, spesso bellissime, sinfonie da cameretta schizzate dai suoi Easy Life. Nel trepidante tintinnìo melodioso di Skeletons, Homesickness o A Message to Myself, risuonano gli echi distinti dei primissimi Arctic Monkeys, di The Streets, SOAK, Declan McKenna, King Krule, ma anche la poesia confessional neominimalista che abbiamo reimparato ad amare di recente grazie ai giovanissimi Arlo Parks e Boy Pablo.

Un intreccio delicato di fantasie r&b, jazz e hip hop, affogate in una tazza di indie-pop lattescente, iper-romanticizzato, quasi sempre malinconico, auto-specchiante. Non è un caso allora che l’inno Nightmares rubi un campione a Loneliness Remembers What Happiness Forgets di Dionne Warwick (brano ripreso anche, guarda caso, da Morrissey stesso nel suo California Son), attualizzandone la lezione con versi nuovi di zecca, eterni come eterna, fedele a sé stessa, è la giovinezza e il suo passeggero miracolo:

No one gives a fuck about my nightmares
But it’s nothing you should worry yourself about

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...