The Lathums – Live From Sefton Park

Francesco Giordani per TRISTE©

L’estate che ci attende, lo sappiamo, non sarà certo la più ricca di concerti della nostra vita. Qualcosa inizia a muoversi, è vero, sbocciano le prime ottimistiche line-up, qualche temerario cartellone festivaliero si fa largo non senza fatica nelle nostre bacheche Facebook ed è senza dubbio bellissimo poter ricominciare a pensare (e pianificare) il futuro senza paura.

Nell’attesa, anziché indugiare in desolanti – e, dal mio personale punto di vista, sempre più noiosi – concerti in streaming senza spettatori e magari anche a pagamento, possiamo comunque mantenere in esercizio muscoli e ugole in vista di tempi migliori ascoltando qualche album live.

Sì, mi riferisco proprio a quelle opere discografiche che ormai, in tempi di dirette Instagram e selvaggio archivismo fai da te su YouTube hanno probabilmente perso gran parte del loro fascino (nonché significato) ma non per me, che più di vent’anni fa iniziai ad ascoltarli con sommo stupore grazie ad un compact disc, peraltro credo non autorizzato, contenente parte del Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones buttato alla rinfusa in mezzo a scampoli del tristemente celebre concerto di Altamont del 1969 (con tanto di Jagger che invitava il pubblico alla calma). Fu allora che compresi il sottile magnetismo ma anche l’utilità di un disco live: amplificare se possibile la capacità della musica registrata di elidere il tempo cronologico, permettendo all’ascoltatore di “sentire” esecuzioni avvenute anche decenni prima della sua nascita.

Da allora tanti sono stati i dischi live che ho amato, da Rank di The Smiths al devastante Les Bains Douches 18 December 1979 dei Joy Division, arrivando fino al recentissimo e stupendo Locked Down and Stripped Back di The Wedding Present, che va senz’altro posizionato tra i vertici più alti della band di David Gedge, con esecuzioni dei pezzi forti del repertorio che già profumano di standard (e ve lo scrive uno che ha a casa il cofanetto sestuplo con tutte le sessioni BBC dei suoi beniamini dal 1986 al 1994).

Tuttavia il disco live di cui mi preme parlarvi oggi è anche e soprattutto Live From Sefton Park di The Lathums. Primo perché è uscito da poco (solo digitalmente), secondo perché il “manufatto” cattura una performance che la giovanissima banda di Wigan ha tenuto a Liverpool lo scorso 2 maggio, in compagnia di Zuzu e Blossoms, davanti a 5000 persone, all’interno di uno spazio che in tempi normali ne conterrebbe fino a 7.500.

L’evento, si legge, è parte di un più ampio programma del governo britannico, l’Events Research Programme, finalizzato a raccogliere dati sperimentali che serviranno a valutare l’impatto delle prossime riaperture di festival e sale da concerto. Ad aggiungere ulteriore interesse alla pubblicazione è anche la singolare circostanza che un album vero e proprio dei Lathums ancora non esiste all’infuori di quella manciata di singoli che hanno comunque fruttato alla band neo-britpop milioni di stream. E che ritroviamo tutti ordinatamente allineati nella setlist di questo live vibrante e godibilissimo: pezzi formidabili come Fight On, Oh My Love, I Know That Much, Foolish Parley o The Great Escape preconizzano un avvenire di sicura gloria per quelli che potrebbero rivelarsi ben presto come gli Arctic Monkeys (a proposito avete sentito il loro Live At the Royal Albert Hall?) della loro generazione venti-e-qualcosa.

Il che rincuora e non poco, ricordandoci che non di soli Måneskin può vivere l’attuale teen-rock chitarristico del Continente. Sono fuori di testa anche i The Lathums ma comunque diversi da loro: ‘Cause I have spent all my life/ Wondering if all this is right/ And I believe that I have found my answer/ So I wait for an open door/ And see, I’ll see just what becomes/ ‘Cause I don’t ever want to lose this feeling, cantano del resto nel già classico All My Life.

La speranza è che quel feeling resti nei Lathums intatto il più a lungo possibile. Nel mentre il loro tour inglese, previsto per Ottobre, è già per un terzo delle date soldout. A step in the right direction, commentano gli Inglesi. E viene voglia di dar loro ragione.

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