Raoul Vignal – Years In Marble

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Il passato non smette mai di perseguitarci. I nostri sogni sono spesso infestati dai fantasmi che di giorno sembrano averci abbandonato definitivamente e che, invece, magari complice una cena troppo pesante o l’opprimente caldo umido dell’estate, tornano per inchiodarci alle nostre manchevolezze, ai nostri errori, ai nostri rimpianti.

E, una volta svegli, le ombre di quegli stessi fantasmi stentano a diradarsi. Davanti ai nostri occhi e nella nostra mente si è depositata una patina, una polvere sottile che, per un po’ di tempo, offuscherà il presente, permettendo al passato di sfruttare ogni piccola crepa per insinuarsi subdolamente e invadere il nostro presente, come una malaerba, di solito, ma, talvolta, se siamo fortunati, come un vago sentore di fiori, un profumo lontano e gradito.
Gli anni del nostro passato sono scolpiti nel marmo e non è possibile lavarli via con un semplice colpo di spugna.

Years In Marble, il terzo album di Raoul Vignal, benché nato in piena pandemia e intriso del senso di precarietà ingenerato in tutti noi da questa situazione drammatica e surreale, ha a che fare, più di ogni altra cosa, con i fantasmi del passato.
Che si tratti del passato prossimo di City Birds, che racconta di giocatori di carte che, forse per paura di guardarsi indietro, si tengono occupati come possono in una città ormai senza attività, o dei rimpianti legati alla nostalgia di un mondo sempre in movimento in Summer Sigh, della straziante perdita di una persona cara (“una vittima ‘collaterale’ della pandemia.“) in Century Man, o, ancora, quando la canzone To Bid the Dog Goodbye menziona il cane di famiglia (“Era l’emblema della casa della felicità”), è chiaro che Raoul abbia bisogno di fare i conti con le proprie stanze infestate. E non è mai facile.
E’ un attività che richiede un impegno quotidiano e che può risultare sfiancante, soprattutto quando il presente è travagliato e il futuro incerto. Se l’unico modo di vivere è farlo senza particolari aspettative è inevitabile provare a proteggersi guardando con attenzione e una certa trepidazione nello specchietto retrovisore.

Le melodie ipnotiche composte da Raoul Vignal non smettono mai di diffondersi. Years in Marble ha impiegato però tre anni a raggiungere i suoi magnifici predecessori. Concepito nella serenità della sua cucina parigina, nei viaggi a Berlino o lontano dal tumulto della città, nelle campagne della Borgogna, il terzo album dell’artista lionese, pur nella continuità dell’approccio artistico, è chiaramente un passo avanti dal punto di vista dello sviluppo del suo songwriting.
Scritto in compagnia del batterista Lucien Chatin, influenzato dalle esperienze e dalle amicizie berlinesi, e registrato con l’ingegnere del suono Matteo Fabbri, è un album che, per stessa ammissione del suo autore, nasce più dall’impegno di cambiare un po’ direzione per avere materiale più crudo, più immediato e coinvolgente, che da una scintilla creativa.

Caratterizzate anche stavolta dalla notevole tecnica del suo fingerpicking e dalla voce morbida, calda, pulita ed evocativa, le undici canzoni che compongono il nuovo album di Vignal si muovono leggiadre, in bilico tra l’intimismo delle composizioni e trame sonore più robuste e articolate, grazie all’utilizzo di una strumentazione più ricca, fatta di chitarre elettriche, tastiere e un uso più frequente della batteria, che accentuano quella sottile psichedelia che già poteva ritrovarsi, carsica, nei lavori precedenti. Years in Marble, in questo senso, unisce il meglio di The Silver Veil e di Oak Leaf per regalarci alcuni dei brani più emozionanti e diretti della produzione del francese.
I passaggi folk rock più uptempo di To Bid the Dog Goodbye, le venature jazz di Heart Of The Lake, il rock acustico del terzetto di apertura City Birds, Century Man e Coastal Town, o le più classiche, ma altrettanto efficaci, By a Thread, con i suoi synth malinconici, la distesa e bucolica Moonlit Visit e l’oscura Red Fresco rendono giustizia a un artista il cui lavoro, che per troppo tempo ha vissuto all’ombra dei propri numi tutelari, è oramai a tutti gli effetti divenuto solo e soltanto suo.

Magari dopo questo album e alla fine ,della pandemia, Raoul Vignal potrà smettere di guardarsi indietro (senza separarsi dal passato, che rimane pur sempre indelebile) e cominciare a incidere con più fiducia il proprio e il nostro futuro nelle preziose lastre di sottilissimo e aereo marmo che sono le sue composizioni.

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