Mt. Misery – Once Home, No Longer

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Alla fine non è tornato a casa.
Forse perché quelle che una volta era la casa del football ora non lo è più (e non lo è più da un centinaio di anni, ma in molti da quelle parti non vogliono farsene una ragione).

Eppure son così tanti i legami che ho con l’Inghilterra (e con la Gran Bretagna tutta) che durante e dopo l’emozionante partita di ieri sera non ho potuto fare a meno di pensare a quanto la perfida Albione mi abbia regalato, a quanto la mia (e non solo mia, credo) vita sia stata influenzata dalla musica proveniente da quelle parti, quanto il mio immaginario, non solo musicale, sia comune a quello di tanti inglesi.

Ascoltare, nell’intervallo, una (invero discutibilissima) esultante versione di Love Will Tear Us Apart o una canzone degli Oasis, scelte per sottolineare l’evento cui stavamo assistendo, mi ha portato a girarmi di continuo verso la troneggiante raccolta di dischi posizionata di fronte allo schermo e a domandarmi se davvero, come pensavo da ragazzino, l’Inghilterra potesse essere la mia patria d’elezione e quanto questo avrebbe dovuto influenzare le mie passioni sportive.
Poi, man mano che passava il tempo, l’istinto ha prevalso sulla ragione e, a un certo punto, mi sono convinto che avrei barattato volentieri la mia collezione di vinili e cd per una parata sull’ultimo tiro dal dischetto.

Per fortuna non ho sottoscritto alcun patto col diavolo e mi tengo sia la gioia (immensa, anche perché condivisa per la prima volta anche con il pargolo) che la mia collezione.

Mi è venuto comunque spontaneo aggiungere questa breve (?) introduzione a ciò che avevo deciso di pubblicare oggi soprattutto perché il titolo dell’album in questione potrebbe sembrare una scelta in qualche modo beffarda e, chiusa la parentesi calcistica, vorrei fosse chiaro che la mia passione per la musica inglese rimane grande e inattaccabile.

Coloro che hanno (improvvidamente?) deciso di titolare il loro album d’esordio Once Home, No More sono un terzetto (Andrew Smith, Stephen McGrother e Lewis Flower), arrivano da Hartlepool, città operaia nel nord dell’Inghilterra, e hanno scritto e registrato un esordio agrodolce e soleggiato, perfetto per l’estate alle porte.
Si chiamano Mt. Misery e sarebbero potuti arrivare dalla West Coast degli Stati Uniti e aver calcato i palchi negli anni ‘60 dello scorso secolo, eppure nel loro album di debutto non c’è solo una nota che suoni fasulla o poco sincera.
Anzi, ognuno dei dieci delicati brani che compongono l’album, le cui melodie scorrono così fresche e semplici al punto di sembrare scritte senza sforzo apparente, trabocca di romantico realismo, con le sue storie di cuori spezzati ambientate in una “seaside town that they forgot to bomb”, accompagnate da chitarre elettriche jangly, pianoforte, timide percussioni e superbe armonie vocali.

Se le basi di questo lavoro si trovano nella gentile psichedelia dei sixties, tra le note più dolci e delicate di band stratosferiche quali Byrds e Big Star o nelle languide ballate di Neil Young, sono anche il power pop emotivo dei Teenage Fanclub, i languori di Real Estate o Alvvays e le sonorità struggenti dei Whitney a esserne un riferimento immediato.
Sotto la patina solare e spensierata delle melodie, Once Home, No Longer conserva quel malinconico senso di nostalgia, di sconfitta, che sono tipici della musica britannica.

Eppure, intriso di spleen, questo è un album che se fa della nostalgia il proprio vessillo, non si crogiola mai nella nera disperazione, legandosi a doppio filo a quella tradizione sonora e lirica che vede tra i suoi massimi esponenti artisti come i già citati Teenage Fanclub (spesso torna in mente Mellow Doubt) i Belle And Sebastian, nei loro passaggi più intimi e fragili e i (magnifici e mai troppo osannati) Field Mice. Quelle dei Mt. Misery sono canzoni nelle quali gli sprazzi di luce sono seguiti sempre da un temporale, nelle quali le parole dipingono scenari e punti di vista carichi del grigiore tipico della provincia britannica.

Che si tratti della title track, che rimpiange dolcemente l’infanzia, o di In The Blink Of An Eye, che ha a che fare con il senso di sconfitta della disoccupazione, le parole di Andrew Smith raccontano con delicatezza storie ordinarie che pur potendo essere brevi sceneggiature per film della nuova onda britannica, non dimenticano mai di essere i testi di un album pop senza eccessive pretese intellettuali.
E’ lo stretto legame tra le sonorità d’oltreoceano e e l’attitudine lirica e sonora british che rendono Once Home, No Longer un album sorprendentemente profondo, nonostante la leggerezza dell’esecuzione e delle sue tenere melodie.

Mixato nella solatia L.A. da Kenny Gilmore (uno che ha lavorato con tipi quali Chris Cohen, Weyes Blood e Julia Holter) l’esordio dei Mt. Misery è uscito sull’etichetta dell’ex Field Mice Mark Dobson e suona come tante band che adoro, ma senza suonare in modo evidente come nessuno di loro.
Come si potrebbe non amare un lavoro così fragile, delicato, sincero e che arriva direttamente dal cuore?

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