The Goon Sax – Mirror II

Francesco Amoroso  per TRISTE©

La condizione di “figli d’arte”, per quanto possa, in molti casi, facilitare l’inizio di una carriera, non deve essere particolarmente comoda, sia per l’inevitabile e continuo paragone con un genitore illustre, sia per la grande difficoltà a essere presi sul serio e non considerati semplicemente dei raccomandati.
Eppure di figli d’arte sono piene le scene artistiche e quella musicale non fa eccezione.

Nel caso specifico, quando sei australiano, porti il cognome Forster e decidi di fare indie rock chitarristico, nervoso e melodico con testi acuti e intelligenti, probabilmente avrai già messo in conto che ogni tua nota verrà paragonata a quelle che il tuo illustre padre aveva scritto e suonato con i Go Betweens.

Louis Forster, però, non si è fatto scoraggiare.
Anzi.
Insieme ai due amici d’infanzia James Harrison e Riley Jones, non ha rinnegato il padre, ha deciso di seguire le sue orme e ha addirittura deciso di crescere, non solo artisticamente, in pubblico, sotto le luci dei riflettori.
Nel 2016 li tre membri di The Goon Sax erano ancora al liceo quando è uscito l’album di debutto, Up to Anything, pieno di canzoni terribilmente melodiche e autoironiche che cantavano l’adolescenza (“Quando sei un teenager e scrivi di adolescenza non stai veramente scrivendo dell’adolescenza ma della tua realtà, perché semplicemente è quello che sei e quello che stai attraversando: è molto diverso raccontare un’esperienza nel momento in cui la vivi o raccontarla mediata dal ricordo e dalla riflessione, ma possono essere entrambi validi punti di vista“). E quando il suo successore, We’re Not Talking, è uscito due anni dopo, i tre ragazzi di Brisbane, appena entrati nella post-adolescenza, abbandonando (in parte) l’esuberanza e l’ingenuità dell’esordio, hanno scritto un disco più meditato, oscuro e contorto, con canzoni che, per quanto ancora profondamente melodiche, erano più crude e dirette.

Il terzo album, di solito, dovrebbe essere quello della maturità, ma non può chiedersi a una band di musicisti appena diventati ventenni di averla già raggiunta.
Mirror II, il primo lavoro di The Goon Sax per la Matador (“Abbiamo iniziato a suonare intorno ai sedici anni e quando abbiamo avuto i primi incontri con il nostro manager lui ci ha chiesto quale fosse il nostro obiettivo come band, quali fossero i nostri sogni. Per impressionarlo, per dimostrargli quanto fossimo concentrati sulla band, ho provato a dire le cose più assurde che mi venissero in mente e una di queste era “Vogliamo essere messi sotto contratto dalla Matador!”. Quando è successo mi è sembrata una circostanza piuttosto bizzarra!“) è, in questo senso, decisamente disorientante: più che l’album della maturità, dopo i primi ascolti, ci si trova a chiedersi se sia stato scritto e suonato dalla stessa band di We’re Not Talking.

Dopo un tour esteso, Louis si è trasferito per un po’ a Berlino, Riley ha iniziato a suonare la batteria free jazz e, con James, ha dato vita a una band noise rock.
I Goon Sax, così, per la prima volta fuori dalla loro cameretta (e dalla comfort zone) hanno cominciato ad abbracciare suggestioni e influenze che sembravano, solo poco tempo fa, lontanissime dalle loro corde (“Quando abbiamo iniziato a mettere insieme il nuovo album, abbiamo iniziato a processare tutti gli input che avevamo incamerato, il free jazz di band tipo Machine Gun o i suoni di band noise come i Royal Trux e gli Harry Pussy“) e, con il prezioso aiuto del produttore John Parish, hanno dato vita a un album probabilmente meno immediato dei precedenti, ma, senza dubbio, ambizioso e stimolante. Se in brani come In the Stone o Psychic il songwrting e la melodia sono chiaramente frutto della naturale evoluzione del suono e dell’ispirazione dei primi album, altrove le cose si fanno più complesse, più oscure, a volte anche meno immediate, quasi involute, eppure sempre terribilmente efficaci.

Louis, che rimane il songwriter principale della band, é, soprattutto, quello che scrive le canzoni più melodiche e dirette (anche The Chance e Bathwater, oltre alle due già citate), ma Riley Jones è sempre più centrale nello sviluppo sonoro dei Goon Sax (“Riley aveva influenzato molto anche le scelte sonore degli album precedenti, tuttavia ciò che ha portato in termini estetici, di sonorità e di riferimenti artistici, è incommensurabile“) e brani come Desire, con il suo incedere tra dreampop e postpunk, o Tag, con le sue chitarre distorte e i synth in primo piano, portano una dissonanza, una stonatura quasi, che modifica completamente la percezione del loro suono.

Il contributo di James Harrison, poi, è decisamente il più sorprendente, in bilico tra il cantautorato weird di artisti come Syd Barrett o Scott Walker e le sghembe melodie dei maestri The Pastels (“il songwriting di Jim vive nel mondo di artisti come Syd Barrett, Scott Walker o Jandek. Credo che lui ami profondamente questi cantautori più stranianti e bizzarri che hanno un proprio linguaggio e mi pare che questo sia il suo apporto alla band“), tanto da risultare di primo acchito di difficile lettura: una canzone come Carpetry suona a tratti estremamente pop e, al contempo decisamente spiazzante e imprevedibile, mentre l’intricato sviluppo melodico e i testi astrusi di brani quali Temples o Caterpillars fanno di James l’autore più intimo e originale del trio.

E’ proprio nella eterogeneità della scrittura che risiede gran parte della forza di Mirror II: è emozionate ascoltare una band di ragazzini che a vent’anni appena compiuti ha già iniziato la seconda fase del proprio percorso artistico e ancor più affascinante non riuscire ad avere un’idea chiara su quale potrebbero essere gli sviluppi sonori di tale percorso.
Il suono di The Goon Sax da qui può evolversi in qualsiasi direzione (“è qualcosa che non pianifichiamo mai in anticipo e non è qualcosa che viene dalla visione di uno solo di noi. Il suono di una band è anche costruito sui compromessi: muoversi in diverse direzioni ma, allo stesso tempo, incanalare tante diverse influenze in un’unica direzione.“) e ascoltare una band così evidentemente in divenire, fieramente indecisa circa la direzione da prendere, tanto coraggiosa da sperimentare non in una cantina ma direttamente sotto i riflettori, trasmette un vitale formicolio e una grande eccitazione.

Louis, Riley e James sono tre giovani adulti, inquieti, curiosi e decisi, che, forti del loro talento, stanno cercando e costruendo con caparbietà e fiducia il loro percorso artistico, riuscendo, lungo la strada, a essere sempre stimolanti, arguti, sorprendenti e teneramente disarmanti.

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