The Jazz Butcher – The Highest In The Land

Francesco Amoroso per TRISTE©

Time’s running out. The money’s running out.
You don’t need me to tell you what it’s all about.
Time’s running out. The money’s running out.
Oh, baby!

Non è facile raccontare un album postumo. Non è facile soprattutto quando il suo autore ha accompagnato la nostra vita per quasi quarant’anni.
Diventa difficile in queste situazioni evitare il “coccodrillo”, le facili celebrazioni e il rischio di ridurre quella che dovrebbe essere la disamina (accurata e, come al solito, emotiva) dell’opera di un artista a un semplice necrologio.

“Pat Fish, nome d’arte di Patrick Huntrods, aka Jazz Butcher, è mancato all’affetto dei suoi cari, in casa, nell’ottobre 2021. Aveva solo 63 anni. Ne danno il triste annuncio parenti e amici più vicini e uno stuolo (decisamente molto più esiguo di quello che avrebbe meritato) di appassionati della sua musica che lo ricordano con immutato affetto e profondo dolore.”

E invece no.
Nel giorno in cui apprendo, con altrettanto sgomento, anche della scomparsa di Mark Lanegan, non ho alcuna intenzione di scrivere il coccodrillo di Jazz Butcher: mi pento amaramente di non aver mai colto l’occasione di scrivere di qualcuno dei suoi innumerevoli, magnifici album, che tanto mi sono stati vicini nel corso degli anni ’80 e ’90 (Disterssed Gentlefolk, Fishoteque, Big Planet, Scary Planet, il sottovalutatissimo e straordinario Condition Blue, Illuminate, solo per citare i primi che mi vengono in mente) ma non è questo il momento per recuperarli a discapito del suo ultimo (e, purtroppo questo è proprio the last e non the latest) album.

Non capita spesso che un artista riesca a incidere consapevolmente il proprio epitaffio personale nei solchi del suo ultimo lavoro. L’ha fatto David Bowie e quello che ne è uscito fuori è un’opera intensa e a tratti insostenibile, piena di atmosfere cupe e mistiche, nella quale la morte aleggia incombente.
Mentre stava realizzando il suo ultimo album, Pat Fish sapeva che sarebbe morto, ma The Highest in the Land non è un album sulla morte. E’ tutt’altro. Perché Pat è un artista che non si è mai preso troppo sul serio e anche alla fine non ha pensato che fosse giunto il momento di farlo: “My hair’s all wrong / My time ain’t long / Fishy go to Heaven, get along, get along” canta in Time, primo singolo tratto dall’album e uscito pochi giorni dopo la sua morte.

The Highest in the Land è anche il primo album di Jazz Butcher degli anni 20 del nuovo millennio e arriva a dieci anni da Last Of The Gentleman Adventurers, uscito, in sordina, nel 2012. L’idea era che sarebbe stato presentato suonando in piccoli club insieme ai musicisti che più gli erano vicini e anche le sonorità presenti nei nove brani che lo compongono, sembrano pensate per quella dimensione live, con sfumature jazzy e blues mai così presenti nella sua musica.
Se non è stato possibile portare a termine questo progetto, in verità non troppo ambizioso, come d’abitudine per Pat, ci rimane comunque un album pieno di calore, intimo e confortevole, che mostra un artista ancora in grandissimo spolvero ed è una testimonianza, l’ennesima, del suo talento originale e schivo, della sua unicità, dell’arguto sarcasmo e della straordinaria grazia di cui era dotato.

Sulla copertina (una foto scattata alla Gare Du Nord di Parigi) Pat ha una posa casuale e uno sguardo intenso. E l’immancabile sigaretta tra le labbra.
E’ un po’ come lo immagino, sornione e affabile, che mi attende all’interno di questo locale fumoso e accogliente, per suonarmi le sue canzoni che sono state sempre incredibilmente eclettiche dal punto di vista sonoro, inglobando indie pop, rock, blues e, sempre più spesso (quasi a dimostrare come il nome d’arte non fosse stato scelto a caso), jazz.
Naturalmente è la chitarra jangle a menare le danze e la voce inconfondibile di Pat ad accompagnarci lungo il percorso, ma già lo shuffle in stile anni ’20 di Melanie Hargreaves’ Father’s Jaguar, l’ennesimo gustosissimo sketch perfettamente dipinto con poche pennellate, rende chiaro come le atmosfere di The Highest In The Land suonino più vicine a quelle che si potrebbero incontrare in uno speakeasy rispetto alle sonorità post-punk o new wave che ne avevano caratterizzato gli esordi.

Poi arriva Time e c’è tutto Jazz Butcher nelle sue parole: la sarcastica critica al mondo moderno con le sue banalità e la sua inumana crudeltà (“A small boy who just watched his cousin being shot/Is being pushed down a mine coz we’ve got to have the lithium./Forced labour, privatised jails./Yeah – and all that that entails./Tik tok. Never mind. You’re gonna live forever./Yeah – in a razor wire dormitory,/Working on the long shift, doing what you’re told to,/ Doing what you’re told to,/ Doing what we used to call time./ (It’s murder.)“), l’ironia con cui parla di se stesso e della sua imminente fine, l’acutezza, lo spirito e, oserei dire, la spietatezza che caratterizzano il teso, l’irresistibile incedere melodico del brano, quasi euforico. Altro che canzone sulla morte: “I’m having too much fun to get anything done/ Leave me be. I’m not hurting anyone“, e, ancora: “I‘ve got a one-way ticket to a pit of Council lime/I’ve barely got a minute till I’m in it/But for you I’ve got time/ A little bit of time“.

I suoni più cari a chi ha amato Jazz Butcher sin dall’inizio (in particolare durante il periodo Creation) sono presenti in un paio di ballate romantiche e struggenti (che non dimenticano, però, mai l’ironia pungente: “Never give up” declama Fish ma “until you want to.”). Never Give Up e la conclusiva Goodnight Sweetheart (il cui titolo non può non strappare una lacrima) sono imperniate su chitarre carezzevoli (e la presenza del sodale di sempre Max Eider è davvero la benvenuta) e sulla caratteristica voce elegante e delicata di Fish, che riesce a essere ancora giovanile e piena di calore, nonostante i milioni di sigarette che avrebbero dovuto arrochirla. Altrove, come in Sea Madness (tributo a una figura leggendaria sulla scena musicale locale di Northampton, un immigrato di Istanbul chiamato Turkish George), uno dei momenti più alti dell’album, il suono a la Jazz Butcher si contamina con sublimi sfumature jazzy.

Il breve strumentale Amalfi Coast May 1963 è spiazzante e benvenuto. Il brano suona esattamente come il suo titolo: il delicato ritmo, gli archi la melodia, che leggiadra si destreggia tra il dramma e la lounge music, fa venire in mente la colonna sonora di una commedia all’italiana anni sessanta. Una piacevole anomalia per Jazz Butcher e una dimostrazione del suo eclettismo.

Non può mancare, come in ogni album di Jazz Butcher, una spruzzata di folle surrealismo: nella title -track, che si apre con il verso “I got this fish from Genghis Khan./Going to read my Bible. Going to study my Q’ran.” si trovano passaggi impenetrabili come “The black crested ape of Boo Yang Shang./Sing like a theremin, walk like a man.“.

E non manca affatto, naturalmente, il proverbiale sarcasmo di Fish che emerge cristallino nel country/western classico, ma rallentato, di Running on Fumes che, a dispetto del suo andamento quasi sbarazzino, è uno dei brani più dolenti dell’album (“Running on fumes, running on fumes, everybody’s running on fumes/ Nothing in the tank, nothing in the bank/ Everybody’s running on fumes./ Lemmy and Bowie and Prince all gone./ Everybody’s running on fumes./Make your own entertainment. That’s what you’re gonna to have to do./ Make your own entertainment While you slowly come to understand your stupid dreams aren’t coming true.“) scagliandosi (si fa per dire: lo fa sempre con umorismo e compostezza) contro coloro che instillano paura e pensano solo al profitto: “Is there anything as cheap as chasing profit from despair?“.
Lo stesso accade in Sebastian’s Medication, canzone nella quale Pat se la prende (a ragione, a mio modesto avviso) un po’ con tutti: con la cultura odierna ossessionata dai social media (“Everybody’s screaming on the laptop in the basement. Everybody’s right and you’re wrong.“) e da atteggiamenti ottusi (“It’s political correctness gone mad/Store all the hate up, wait for it to burst out,/Vile and vicious and spiteful and murderous./You ain’t gonna get me just yet./I’ve had enough of all your bullshit.“) e con la Brexit (“The gammons are all whining for some kind of reclamation but they don’t know what they want to reclaim./Pining for some ill-defined imaginary nation, antecedents they would struggle to name./ How the hell are you supposed to leave a continent?“) in un brano che rappresenta il momento più genuinamente rock dell’album.

Negli anni ’80 e ’90, i superlativi album di Jazz Butcher per l’etichetta Glass e per la Creation già dimostravano l’eclettismo e la varietà che isiravano Pat Fish: il jangle pop e l’indiepop erano affiancati dal jazz classico, il punk e la new wave più romantica dal rock blues, dalla musica lounge e dal country (e sicuramente dimentico qualcosa), eppure tutti i suoi album suonavano, inconfondibilmente, come lavori di Jazz Butcher, quasi che la sua originale eccentricità fosse diventata uno standard.
Merito del suo innato talento e della sua capacità di scrivere canzoni robuste, dalla melodia irresistibile e arrangiate in maniera sopraffina.
The Highest In The Land non fa eccezione. Anzi. E’ la dimostrazione che, fino alla fine, Pat Fish aveva molto da dire (e da dare) e sapeva esattamente come farlo: “And here we are, where life becomes impossible./We want to be handled softly, kissed and told that we’re worth something.”

Goodnight, Sweetheart. Goodnight.

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