Kee Avil – Crease

Peppe Trotta per TRISTE©

Spigoloso, sfaccettato, straniante. È un songwriting sopra le righe e difficilmente catalogabile quello proposto da Vicky Mettler – chitarrista del progetto Land  Of Kush guidato da Sam Shalabi e produttrice del Concrete Sound Studio – nella sua prima prova sulla lunga distanza firmata Kee Avil. 
Le tre tracce dell’ep omonimo risalente al 2018 anticipavano solo parzialmente gli ingredienti alla base di Crease rivelando in nuce caratteristiche ed affinità adesso pienamente palesate. PJ Harvey, Scott Walker, Grouper sono solo alcuni dei nomi accostati alla musicista canadese,  ma in realtà i riferimenti rintracciabili nel suo ansiogeno universo sonoro potrebbero essere molto più numerosi e comunque sempre parziali e fuorvianti.

Il lavoro di costante annessione e sottrazione, la tendenza a decomporre portano infatti ad una forma canzone slegata da richiami netti.
A partire da un’emozione, una parola, un singolo suono quel che prende vita è una struttura instabile, in costante rielaborazione, in cui atmosfere avant-pop e fraseggi chitarristici di matrice post-punk entrano in collisione con modulazioni elettroniche ruvide in bilico tra dark-ambient ed echi industrial.
La voce inquieta, resa a tratti percussiva dal ricorso a particolari scansioni metriche, è utilizzata come ulteriore strumento che incide la materia sonora aumentandone il grado di complessità.

Quelle modellate dalla Mettler  sono visioni inquietanti volutamente scabre, figure apparentemente incomplete che in realtà celano un lavoro di rifinitura meticoloso e raffinato. I brani si sviluppano in modo vorticoso, si inceppano e ripartono togliendo ogni possibile riferimento.
Il canto sincopato di See, my shadow che si riversa in grevi dissonanze pianistiche per riprendere e trasformarsi in serrato incedere di riff nu metal è l’esempio più aderente a questa attitudine.

A prevalere su tutto è il tono al tempo stesso angoscioso e seducente di tremiti oscuri (sap) e rilucenti arpeggi armonici (And I), di trame potenzialmente accattivanti (Okra Ooze) trasfigurate come il volto disegnato sulla maschera che appare in copertina.

Non traspare alcuna volontà di immediatezza dalle dieci tracce di Crease eppure nel suo insieme siamo di fronte ad un album accattivante, pervaso di crudele pathos e distante da ossessive forme di sperimentazioni fini a se stesse.

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