Sun’s Signature – Sun’s Signature

Francesco Amoroso per TRISTE©

Qualche giorno fa (il 29 Agosto, per essere precisi) il social network di riferimento della generazione X (pieno anche di boomers, devo ammetterlo) era inondato di auguri per il compleanno di Elizabeth Fraser.

Così, dopo averla venerata per quarant’anni, ho scoperto che la donna con la voce più celestiale del pianeta ha solo pochi anni più di me.
In realtà non mi ero mai posto la domanda sulla sua età, né su qualsiasi altra cosa che riguardasse la sua natura terrena: mi è sempre sembrato superfluo, quasi blasfemo, indagare sulle cose terrene di questo essere ultraterreno.
Eppure anche Liz, a quanto pare, è un essere vivente e non un angelo (anche se ascoltandola cantare non si direbbe) e, come per tutti gli esseri viventi anche per lei (così come per gli stonati) il tempo passa, inesorabile.

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Bubble Tea And Cigarettes – There’s Nothing But Pleasure

Tiziano Casola per TRISTE©

Si dice spesso che iscriversi all’università sia un modo per mantenersi irresponsabili, per rimandare il più possibile la mannaia dell’età adulta, che ormai, tolti di mezzo riti di passaggio del passato, come la leva militare o il matrimonio, coincide il più delle volte con l’ingresso nel mondo del lavoro. Sia che si tratti di una carriera stimolante e ricca di impegni, sia che si tratti della più drammatica necessità di dover in qualche modo arrivare a fine mese, dal mio punto di vista, quello cioè di uno che si appresta a recensire il disco dei Bubble Tea And Cigarettes, tra le due situazioni non c’è differenza alcuna, perché ad interessarmi è quello che questi due poli opposti hanno in comune: la mancanza di tempo da perdere in affari non produttivi.

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Opus Kink – ‘Till the Stream Runs Dry

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sono convinto che ci siano molti modi per scrivere di musica e non credo che un approccio sia migliore di un altro. Però devo ammettere che ci sono due modalità che mi irritano piuttosto profondamente: la prima, diffusissima e di grande successo, è quella delle classifiche. Vada anche per quelle di fine anno (che, del resto, in una forma o nell’altra, presentiamo anche qui, pur senza prenderci troppo sul serio), che servono per fare un po’ di ordine negli ascolti e per segnalare qualcosa che, magari, è sfuggito, ma quelle per decennio, per secolo, per genere (vade retro Satana!) proprio non le riesco a sopportare. Mi danno l’orticaria. Servono solo a scatenare discussioni infinite e a far apparire la musica (una forma d’Arte!) come una sorta di competizione sportiva -e di quelle peggiori, i cui risultati sono demandati a dei giudici con la paletta pronta a premiare o affossare una performance- nella quale devono esistere dei vincitori e dei vinti. A questo punto (se fossero anche solo minimamente attendibili) sarebbe meglio mettersi l’anima in pace e affidarsi alle classifiche di vendita…

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Jessie Buckley & Bernard Butler – For All Our Days That Tear The Heart

Francesco Amoroso per TRISTE©

A ciascuno il suo mestiere. Ognuno di noi dovrebbe avere l’intelligenza di dedicarsi soltanto a ciò che è in grado di fare bene, che sia per predisposizione o per studio. L’improvvisare un mestiere non porta a nulla se non a invadere campi che non sono di propria competenza, con risultati spesso disastrosi.
E’ un concetto che attraversa secoli e paesi: “Ama il modesto mestiere che hai imparato e accontentati di esso” diceva Marco Aurelio, mentre il filosofo scozzese Thomas Carlyle sosteneva che “Blessed is he who has found his work; let him ask no other blessedness.“.
Nel mio piccolo ho sempre sostenuto che un commercialista non dovrebbe mai mettersi a scrivere un contratto, così come per un ingegnere sarebbe opportuno evitare di occuparsi di architettura (dimenticando, in questo caso, che gli ingegneri, di solito, sanno tutto!).

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Minru – Liminality

Francesco Amoroso per TRISTE©

Mi innamoro delle parole, ogni tanto. Non necessariamente del loro significato, più del loro suono, di ciò che quel suono evoca. Qualche tempo fa mi è successo con la parola “liminale” – tanto che ho dovuto per forza inserirla in un paio di recensioni- , parola poco usata in italiano ma, nonostante sia di chiarissima derivazione latina, piuttosto diffusa in inglese. E’ probabile che ciò dipenda anche dal fatto che il nostro è un Paese di contrasti netti, di luce accecante e buio fitto, di colori vivaci, mentre gli anglosassoni (e i nordeuropei in generale) sono più avvezzi alle sfumature, alle ombre, ai momenti di passaggio.
Sì, perché limine (qui da noi usato quasi esclusivamente nel linguaggio ecclesiastico) vuol proprio dire soglia e con la parola inglese “liminality” si definisce, in antropologia, la fase di transizione di un rito di passaggio. Chi è sulla soglia ha abbandonato il logo da cui proveniva, ma non è ancora entrato nel luogo verso il quale si sta dirigendo.
Una parola dal suono fantastico e dal significato affascinante.
E’ stato anche per questo che quando ho letto che una giovane artista, Caroline Blomqvist, in arte Minru, stava per esordire con un album chiamato Liminality, le mie antenne si sono subito drizzate.

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