Johnny Hunter – Endless Days

Francesco Giordani per TRISTE©

Viviamo strani giorni, come cantava Battiato.
E strane cose, in questi strani giorni, accadono anche a me, fatte le dovute proporzioni. Tipo che il nuovo album dei White Lies, consueto roboante melodrammone cotto in un brodo di titanismo emo-pop-wave (appeso su baratri Muse) mi ispiri, almeno per buona metà della sua durata, più dei nuovi, pur più che decorosi, lavori di Metronomy, (British) Sea Power, Spoon o Shout Out Louds.

O che vada al cinema per svagarmi con un assai promettente Batman di ultima generazione e mi ritrovi invece ad ingaggiare una lotta furibonda contro palpebre che inesorabilmente capitolano alla manovra a tenaglia del Sonno più traditore – per fortuna a stretto giro un Licorice Pizza ha rimesso le cose a posto ma questa, come si suol dire, è un’altra storia, su cui tornerò volentieri.

Sarà forse uno degli effetti della stagione del cancro e del leone, come canta da qualche settimana in radio un noto cantante romano dal nome teologico (no, il suo ultimo disco non ve lo raccomando, tranquilli) eppure, tutto considerato, continuo a sentirmi relativamente tranquillo anche perché, nella concitazione di questi come detto stranissimi giorni, una stella nuova illumina stabilmente le mie umorali peregrinazioni.

Si chiamano Johnny Hunter, vengono da Sidney e, dettaglio assolutamente non secondario, vantano già un pugno di canzoni a dir poco spettacolari. Le migliori e più recenti si possono ascoltare nell’ep Endless Day uscito quest’anno per Cooking Vinyl Australia. I brani in scaletta sono quattro come i membri della band e, statene certi, una volta cliccato il vostro cursore sul tasto play smettere di ascoltarle si rivelerà ben presto quasi impossibile.
Badate bene però: ciò accadrà ad una semplice ma indispensabile condizione, quella cioè di concentrarvi, per una volta di più, sulla fattura delle canzoni, sul sano godimento adrenalinico che sanno darvi, anziché sull’attualità della loro forma o sull’imprevedibilità di un’ispirazione che non non è interessata a sorprendervi.
Semmai ad emozionarvi.

L’energia dei Cure più poppeggianti del periodo aureo The Head on The Door/Kiss me Kiss me Kiss me, la spocchia sprezzante e al tempo stesso miserabile, da egocentrici immaginari, degli Smiths, l’affilatezza dei Joy Division con un piede già battente sul groove dei primi New Order, l’ardore (e il trucco!) new romantic di Adam and The Ants, primi Talk Talk, Tears For Fears e, perché no, Duran Duran (a proposito: avete sentito il loro strepitoso Future Past del 2021? spero di sì…).
Questa, per sommi capi, è l’evidentissima genealogia sentimentale, estetica e morale dei Johnny Hunter. Niente di nuovo, certo. Tuttavia, riallacciandoci a quanto già osservato lo scorso anno per i Nation of Language, in tempi di revival “post-punk” imperante non sono poi così tante le band in grado di arricchire il patrimonio di tale “genere” con nuove perle realmente luminose.

I Johnny Hunter appaiono, in prospettiva, tra queste band. Me ne convincono pezzi come Life, o la stessa Endless Days i cui eloquenti versi “There’s a sign, and it’s calling out name/Welcome to your existence of endless days” paiono prefigurare un destino di gloria. Conquistata però al prezzo di non poche lacrime, come il brano-manifesto Cry Like a Man chiarisce: “Wallowing in vanity, pompous affection/ Will leave you open and dry/ Taking to sorrowful behaviour/ Won’t favour the love lost tonight/ Stand down face your fears and cry like a man/ Cry like, cry like a man/ It’s tough to cry like a man“.
L’impressione è che i Johnny Hunter di lacrime ce ne faranno piangere parecchie. E, se questo è l’antipasto, noi siamo prontissimi. Non vediamo l’ora.

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