Lightning In A Twilight Hour – Overwintering

Francesco Amoroso per TRISTE©

Scrivono che il passato sarebbe un paese straniero.
Idiozie. Il passato è la mia patria. Il futuro è un paese straniero, pieno di volti estranei, non voglio entrarci
“.
(G. Gospodinov, Cronorifugio)

Scrivo di Bobby Wratten e dei suoi progetti con un certo imbarazzo.
Quel che succede di solito con le sue canzoni è che interpretino e mettano a nudo i miei sentimenti come se fossi io stesso a scriverle (se solo sapessi vagamente scrivere una canzone, interpretare i miei sentimenti e metterli a nudo in maniera sincera e artistica).
E, così, a parlare di lui, delle sue canzoni e dei suoi album mi sembra sempre di espormi troppo, di rivelare di me stesso gli aspetti più intimi e segreti, quelli più fragili, i miei punti deboli.
Non solo.

Non ho mai avuto l’occasione di incontrare, in tanti anni di scrittura musicale, un artista tanto schivo e riservato come Bobby, uno che, quando gli viene chiesto di presentare brevemente il proprio ultimo album (frutto di anni e anni di impegno) risponde semplicemente (e senza alcuna traccia di snobismo): “I’ve thought about what I could write about the new lp but there’s nothing I want to say really. I put everything I wanted to say into the record. So the best thing is if people just listen.”.
Bobby non ha alcun profilo social, rilascia pochissime interviste e lascia che siano altri a occuparsi della promozione delle sue opere.

Con queste premesse affrontare Overwintering, l’album appena uscito a nome Lightning In A Twilight Hour per la Elefant Records, mi risulta davvero difficile, tanto più che nelle undici canzoni che lo compongono non solo Bobby si è messo, per l’ennesima volta, a nudo, ma perché, leggendo tra le righe, mi rendo conto sempre di più che è come se io e lui, pur non conoscendoci, fossimo cresciuti – o invecchiati – insieme, in qualche modo (“grew up or grew old” suonava decisamente meglio).
Parlare di OverwinteringIt’s too close to home, And it’s too near the bone“, come diceva un altro con il quale sono cresciuto (grew up but then grew apart, in questo caso).
Ciò nonostante è assolutamente necessario che ci provi, proprio perché sono album come Overwintering che alimentano la mia inalterata passione per la musica, sono album così che danno un minimo di senso al mio perdermi in essa.

Dopo un e.p. d’esordio, Slow Changes, nel quale Wratten ha esplorato l’elettronica, i field recordings e l’ambient, le successive uscite a nome Lightning In A Twilight Hour (caratterizzate tutte dalla presenza di Ian Catt in sede di produzione) sono state più bilanciate, affiancando alla sperimentazione e all’avanguardia, le ballate tristi che hanno da sempre rappresentato il marchio del songwriting di Bobby.
Succedeva sia con Fragments Of A Former Moon, il sontuoso debutto sulla lunga distanza, uscito nel 2015, che con And All The Ships At Sea, e.p. del 2016 che, se si esclude la sperimentale cassetta Quiet Actions (uscita per The tapeworm nel 2017) era l’ultimo segnale di vita del progetto LIATH, prima del suo ritorno in questi giorni.

Tutto magnifico, tutto eccitante e interessante, però si aveva un po’ la sensazione che i due mondi di Bobby – l’indiepop malinconico e pieno di nostalgia di The Filed Mice e Trembling Blue Stars e la sperimentazione elettroacustica e ambientale di Lightning In A Twilight Hour – rimanessero due sfere che flirtavano continuamente, senza però riuscire a generare una progenie comune (anche se sia con i Field Mice che con i Northern Picture Library era evidente che la voglia di sperimentare non mancasse: basta pensare a un e.p. come Skywriting o a Missing The Moon per i primi e a Love Song For The Dead Ché per i secondi). Lo stesso, in fondo, è accaduto pochi giorni fa, con l’uscita del singolo che ha interrotto cinque anni di silenzio, The Circling Of The Seasons che presenta due brani: un brioso e riuscitissimo brano indie pop sul lato A e, sul lato B, Neuchâtel, brano oscuro e atmosferico basato su un singolo accordo distorto e una voce spezzata.

Overwintering, invece, cambia del tutto questo paradigma.
Tra le undici canzoni dell’album non si può trovare un brano che sia pura sperimentazione, ambience sofisticata o avanguardia, né ci sono passaggi in cui è il pop chitarristico a emergere in maniera preponderante, ma tutte presentano caratteristiche peculiari che le rendono uniche: che si ispirino al folk, al jangle pop o allo slowcore, la lunghezza delle composizioni, la vaga inquietudine che le pervade, le pause, lo spazio tra le note, le persistenti trame elettroniche, i field recordings, le drum machine, le voci sobrie e lontane e il riverbero sono stavolta fusi in modo organico a creare un amalgama sonoro unico e perfetto.

L’elegante e sofisticata Lincoln Green è una gentile prima tappa in un viaggio di scoperta immersivo e appagante, al quale non ci si può che abbandonare completamente, rimanendone avvinti e catturati, e la seguente, lunghissima, Delphinium, cantata da Anne Mari Davies, deve essere ascoltata a occhi chiusi, lasciandosi trasportare dal suo andamento vagamente psichedelico.
Che, però, non ci si trovi di fronte a un lavoro puramente escapistico è subito chiaro con Leaf Fall Is Over, una superba ballata pop malinconica e delicata, con Beth Arzy ai cori, che affronta l’invecchiare, un argomento che per la musica pop è un vero è proprio tabu (ricordate i Who e il loro “I hope I die before I get old”?): “There is no spell that you can cast/ To slow time’s march/ Leaf fall is over/ They grew, they fell, so fast/ There is no spell that you can cast/…/All I want is to escape but I cannot run/ Away, away from this shadow I’ve become/ Where looking back is all I do/ How did I get here so soon?“.

Nulla è lasciato al caso, non c’è una nota, un suono, una parola che siano fuori posto o dì troppo, eppure tutto suona naturale e spontaneo.
Perfumed Meadow Of May Snow è un acquerello bucolico, in cui confluiscono il sogno e la veglia, la nebbia che sfoca il paesaggio e la luce abbagliante della neve che acceca la vista.
Gli scricchiolii del vinile, le linee percussive secche, le voci lente, calde, emozionanti – ma mai drammatiche – e la chitarra riverberata rendono The Cinematographer As Painter un momento sospeso nello spazio e nel tempo, che infonde una sensazione di fragilità e tenerezza che spezza il cuore.
E’ un brano come Her Own Refrain che, poi, dimostra il grado di maestria che Wratten ha raggiunto nel manipolare la materia sonora: il dub (che è da sempre una delle sue grandi passioni) gli permette di rielaborare una canzone pop altrimenti piuttosto canonica, rimuovendo gli elementi essenziali che la caratterizzerebbero e lasciandone solo un’ombra, il cui solo ritornello sembra veramente a fuoco.

Non pago di queste delizie – veri e propri funambolismi dissimulati come semplicità – Bobby si permette anche alcuni passaggi più immediati. Innanzitutto con il brano più smaccatamente folk della sua produzione, In Sacred Groves Of Hawthorn, nel quale, con la chitarra acustica, i legni e la voce che richiama le dolcezze e le asperità della natura, seppur in maniera più metaforica, ritorna vivido il tema del decadimento, dell’inesorabile passare del tempo che, tuttavia, rappresenta anche una possibilità: “The scent of decay/ The scent of decay/ But the end of dark/ Winter days“. E poi con White, Upon Your Grave, il momento musicalmente meno complesso ed emotivamente più coinvolgente dell’album, con le chitarre che emulano i mandolini (e non posso fare a meno di pensare a Johnny Marr e a “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want”) e la voce di Bobby calda e ferma – con il controcanto di Beth – che racconta di perdita, di passato e di futuro con una delicatezza lirica commovente: “The sun still rises/ And the moon still reappears/ Both indifferent/To the war we wage down here/ To only hear the wind/ Moving through the trees/ No more than/ A whisper/ Nature/The future/ “The promise of/ Spring and I have to go/ The promise of/ Spring and I have to go/ White, upon your grave/ I place a rose“.

Il minimalismo di Natural Light, le sue sparse note di pianoforte, i riverberi, i silenzi che diventano parte integrante del brano, le voci trattate e lontane, suonano quasi come un necessario momento di stasi, un’astrazione, un respiro fatto di suoni rarefatti e strutture aeree (“Eternity sings/ Between/ The breaking/ Lost to so much more“), mentre in Slow Motion Spirits ritorna il trattamento dub e il suono di basso di Michael Hiscock, che aveva caratterizzato tanti brani dei Field Mice, è di nuovo protagonista. Si potrebbero, poi, spendere fiumi di parole sulla voce armoniosa di Anne Mari ma, come probabilmente direbbe Bobby se interpellato, “the best thing is if people just listen.“.

Potrebbero bastare i dieci brani appena goffamente descritti, per gridare (sommessamente, s’intende) al capolavoro epocale, per inneggiare al vertice assoluto dell’opera di un artista che ha già, più volte, toccato vette inusitate (occorre fare un elenco delle incredibili canzoni che Bobby ha scritto negli ultimi 34 anni?), ma in coda Wratten regala un’ultima perla lucentissima, Don’t Let The Times Define You, una canzone dall’arrangiamento perfetto, quasi un’elegia, un monito misurato e cortese a considerare ciò che davvero conta: “The simplest place to start/ Is to remember you have a heart/ Remember you have a heart/ Don’t let the times define you/ Let the sky remind you/ What matters and what does not“.

Con Overwintering, Bobby Wratten, che ha voluto intorno a sé il bassista Michael Hiscock, le voci di Beth Arzy e di Anne Mari Davies e il produttore Ian Catt, è riuscito a riunire e fondere le sue diverse influenze musicali, presentando, forse unico caso in un panorama di incurabili nostalgici, un album che partendo dall’indiepop, e senza pensare minimamente a tradirlo o rinnegarlo, lo supera, lo aggiorna e ne presenta un’evoluzione credibile e convincente, riuscendo così a compiere un altro passo (quello decisivo, forse) verso una perfezione stilistica assoluta, senza sacrificare l’anima.
Per chi è cresciuto con i suoni di The Field Mice, Trembling Blue Stars e Northern Picture Library, Overwintering è una sorta di ritorno a casa, per tutti gli altri (si stenta a credere che qualcuno posa vivere senza conoscere queste band, eppure è così!) sarà semplicemente un album di straziante malinconia e di bellezza assoluta.

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