The Smile – A Light for Attracting Attention

Francesco Amoroso per TRISTE©

Mi sono chiesto, appena ho scopeto che Thom Yorke e Jonny Greenwood avevano in cantiere un nuovo progetto,’quale fosse il motivo che li spingeva a scrivere insieme brani che non avrebbero inciso e promosso sotto l’egida dell’ormai affermatissimo marchio Radiohead.
La domanda si è fatta ancora più pressante dopo aver ascoltato i primi frutti di questa collaborazione: non sentivo da tempo canzoni del duo Yorke/Greenwood che suonassero così Radiohead come quelle uscita a nome The Smile. Eppure un motivo doveva pur esserci per una scelta che contraddiceva ogni più elementare regola del marketing, innanzitutto.

E, così, nonostante il mio smisurato amore per i Radiohead si fosse ormai da tempo smorzato (per quanto l’ammirazione e il rispetto continuassero) mi sono detto che sarebbe stato opportuno provare a dare una risposta a questo mio (solo mio, probabilmente) dilemma e, complice la richiesta di un approfondimento sulle pagine di Rockerilla, ho provato a cercare le ragioni che si nascondono dietro il nuovo progetto e le scelte di Thom Yorke e Jonny Greenwood.
In fondo anche adesso che è arrivato l’album d’esordio – tra l’altro osannato, a ragione, dalla maggior parte degli osservatori – quale è il motivo che ha portato i due membri cardine della più famosa band “rock” degli ultimi 20 anni (almeno) a cimentarsi con un nuovo progetto, rimane piuttosto oscura.
Che i due stessero collaborando ad alcuni brani al di fuori dei Radiohead è divenuto, infatti, di pubblico dominio piuttosto in fretta e, quasi altrettanto velocemente, la nuova band, completata dal talentuosissimo batterista Tom Skinner – il cui eclettico curriculum include gli esploratori jazz-funk Sons of Kemet e la collaborazione con lo sperimentatore elettronico Floating Points – ha avuto un nome, The Smile.
La band ha anche velocemente debuttato dal vivo e i singoli che hanno preceduto l’album hanno immediatamente dato un’idea delle coordinate musicali entro le quali The Smile si muovessero.
Ma molte delle domande sorte intorno a questo progetto non hanno avuto, mai, adeguato chiarimento e, allora, visto che della musica hanno già parlato tutti, mi diverto a provare a dare delle risposte.

Innanzitutto la scelta del nome.
A scanso di equivoci, l’ha raccontato lo stesso Yorke, alla fine del primo dei concerti che hanno visto esordire dal vivo la band lo scorso anno, che il nome della band “Non è il sorriso come in ah ah ah, più il sorriso di colui che ti mente ogni giorno“. Eppure, forse sfidando la realtà, o tentando solo di piegarla un po’ alla mia volontà, non posso fare a meno di pensare che la scelta del nome sia stata dettata dal contorto senso dell’umorismo di Yorke: “Sia cosa faccio adesso alla faccia di tutti quelli che pensano io sia triste?” potrebbe essersi detto l’artista che è da anni tacciato di essere un profeta di sventura e uno dei musicisti più musoni della storia della musica – c’è addirittura uno studio scientifico che afferma che le canzoni dei Radiohead siano tra le più tristi in circolazione e che la più triste di tutte sia True Love Waits “Chiamerò il mio nuovo progetto “Il Sorriso”!” 
Non sarà andata così, probabilmente, ma questa ipotesi non ha ancora trovato smentite. Del resto, a 53 anni e con una carriera nel mondo della musica come la sua, Thom Yorke di sorrisi falsi ne deve aver certamente visti tantissimi e, magari, voleva proprio togliersi la soddisfazione di uno sberleffo.

E ancora: perché la scelta di lavorare a questi nuovi brani – che, ribadisco, suonano più Radiohead degli ultimi Radiohead – con il solo Jonny Greenwood, lasciando da parte il resto della band, ad eccezione di Nigel Godrich, produttore e membro onorario?
Anche qui Thom e compagni non mi hanno aiutato molto e non è possibile che formulare qualche congettura, ma è probabile che, considerando quanto la band inglese ami stupire e spiazzare, Yorke e Greenwood abbiano preferito evitare di riproporre sonorità affini a da quelle del loro passato, sotto la stessa insegna, per uno strano e, ancora una volta, contorto senso del dovere nei confronti dei loro seguaci, ormai troppo ben abituati a non aspettarsi mai lo stesso piatto due sere di seguito.
È anche probabile, poi, che, come spesso accade durante le crisi di mezza età – che, come ogni crisi, non sono necessariamente un male, tanto meno per dei musicisti che non hanno mai perso la voglia di sperimentare e di mettersi in discussione – sia Greenwood che Yorke abbiano sentito il bisogno pressante, quasi fisico, di ritornare a suonare, come due vecchie rockstar, le chitarre e i bassi e a sentire una batteria pulsante dietro di loro, mettendo in secondo piano l’elettronica che, ormai, caratterizza il suono della band madre.

E, tuttavia, se queste rimangono congetture cui l’uscita dell’album non ha dato una risposta definitiva, si può affermare, con una certa dose di certezza, come, anche con la nuova band, Yorke e Greenwood si siano assunti, consci di essere rimasti gli ultimi esponenti di quel rock che muoveva le masse, la responsabilità di incidere una colonna sonora dei tempi correnti, di sondare le profondità dell’animo umano con modalità che sono al contempo antiche e assolutamente attuali e che chiunque abbia seguito –o idolatrato- i Radiohead negli ultimi 30 anni, sarà pronto ad amare.
Me lo confermano soprattutto i testi, che sono stati sempre centrali nella produzione di Yorke, ma spesso criptici, caratterizzati dal non detto.
Per A Light for Attracting Attention, invece, il cupo Thom deve essersi detto – è anche questa una pura congettura, badate – che, con i tempi che corrono, è probabilmente più efficace essere diretti, universali, scandire con chiarezza le parole e esporre il proprio punto di vista senza che siano possibili fraintendimenti.
Così già dall’iniziale The Same, Yorke canta “We are all the same, please”, che, se detta così può sembrare un’affermazione tautologica, suona, invece, quasi come una supplica: non si può dare più nulla per scontato ma tenere presente che siamo tutti uguali potrebbe essere un buon punto di partenza, per favore.

Da qui in poi, l’album oscilla tra caustiche osservazioni sul momento che stiamo vivendo e il tentativo di superare l’ira attraverso un approccio quasi filosofico. Un brano come You Will Never Work in Television Again, a prescindere dal suo incedere quasi punk, è talmente immerso nell’attualità che, prendendo di mira il diffuso sessismo, cita esplicitamente le cene eleganti di Silvio Berlusconi (“Let the lights down low, bunga bunga or you’ll/ Never work in television again”) – del resto la moglie di Yorke è italiana – mentre A Hairdryer, pur senza la stessa intelligibilità, è chiaramente indirizzata a Donald Trump (“Making holes/ Truly seen (blaming everybody else)/ Truly you/ Flying south (slipping shroud)/ For the sun/ In a while (way up loud)”).

Che sia originale o meno, che riesca a essere sottile e poetico o esplicito e prosaico, è sempre bene ricordare che Thom Yorke, con buona pace dei suoi, comunque numerosi, detrattori (e quale artista di successo non ha i suoi detrattori, particolarmente nell’era dei social network?), è forse l’ultima voce la cui eco davvero arriva a tutti, l’ultimo esponente di una genia che, partendo dal punk e arrivando agli eccessi messianici e leaderistici di Bono Vox, ha provato, a volte con estremo successo, a parlare a intere generazioni.

In questo senso è emblematico il delicato inno Free in the Knowledge, un brano semplice e diretto, sia musicalmente che nelle liriche. Una canzone che riesce a essere sia invocazione (“Free in the knowledge that one day this will end/ Free in the knowledge that everything is change/ And this was just a bad moment “) che invettiva (“A face using fear/ To try to keep control/ When we get together/ Well, then who knows”), una dolorosa ammissione di fragilità più che un tentativo di alzare il livello della contesa.
E poiché Speech Bubbles è stata scritta prima del 24 febbraio di quest’anno, non si può non pensare, con un pizzico di sgomento, che Yorke, oltre a essere un egregio commentatore della realtà, abbia anche delle doti profetiche – da profeta di sventura, naturalmente – quando ascoltiamo  versi (“We run for the hills/ We run like fools/ Our city is in flames/ The bells ringing/ The bells ringing”) che, in maniera inquietante, potrebbero sottolineare le immagini che da oltre tre mesi ci perseguitano ovunque (a volte anche nei nostri incubi).

E tuttavia Yorke non è e non è mai stato Bono Vox o Bob Geldof e ha, da sempre, interiorizzato drammi e angosce. Così, anche in questo nuovo progetto, non possono mancare passaggi decisamente più introspettivi, stavolta mediati da una buona dose di consapevolezza e sarcasmo (che la nostra ipotesi iniziale sul nome della band non sia del tutto campata in aria?). Se We Dont’ Know What Tomorrow Brings (“Get it while you can/ Or get sad and then get mean/ I’m stuck in a rut/ In a flat land drainage ditch/ And I’m drowning in irrelevance/ We don’t know what tomorrow brings”) oscilla tra inno generazionale e autoderisione, l’onere e l’onore del brano più personale e tormentato è questa volta sostenuto dalla canzone più risalente nel tempo (pare che una prima versione risalga addirittura al 2006): Open the Floodgates, che si apre con feroce autoironia (“Don’t bore us/ Get to the chorus/ And open the floodgates/ We want the good bits/ Without your bullshit/ And no heartaches”), ma che, nel suo sviluppo (“So no tricks and/ No struggling/ And no one gets hurt/ We absorb you/ We absolve you/ Throw your rubbish away/ Someone lead me/ Out the darkness/ Out the darkness/ Someone lead me/ Out the darkness”) assume toni drammatici, opprimenti, toccanti.

Se un minuto prima Yorke ci illustrava, senza peli sulla lingua, la squallida realtà che ci circonda offrendoci una qualche via d’uscita – per quanto tutt’altro che agevole – ora è lui che chiede il nostro aiuto e la nostra comprensione.
E, che si rivolga a noi con un sorriso sardonico, falso e ingannatore o aperto e sincero, come potremmo negargli aiuto e comprensione dopo che, per tre decenni, lui e la sua musica sono stati parte integrante e presenza fissa nella vita di tutti noi?

(Il testo è rielaborato da un articolo che ho scritto per il numero di maggio di Rockerilla)

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