King Hannah @Largo Venue – Roma, 9/06/2022

Francesco Amoroso per TRISTE©

L’ultimo live report presente su TRISTE© risale al dicembre del 2019: la nostra Carlotta era andata a vedere Tamino alla Santeria di Milano.
Dopo di che il silenzio. Due anni e mezzo di vuoto. Di nulla, di serate spese chiusi nelle nostre case ad ascoltare, nella migliore delle ipotesi, i dischi dei tanti artisti che avremmo voluto vedere dal vivo.
Niente più concerti e, soprattutto, la brusca interruzione di quella condivisione, di quel consentire (provare un sentimento insieme con altri, ci spiega la Treccani) che è uno degli aspetti più importanti della fruizione musicale per chi, come noi, ama la musica profondamente, forse sopra ogni altra cosa.
Piano piano, però, tra scetticismo, timore ed entusiasmo (a Barcellona, in questi giorni, per il Primavera ci sono centinaia di migliaia di persone) l’attività live sta riprendendo ovunque e, benché mi sia sempre trovato poco a mio agio con il racconto dell’esperienza live, ho sentito che scrivere anche poche parole su uno dei primi concerti che mi hanno dato la sensazione di un lento ma (spero) irreversibile ritorno alla vita, fosse la cosa giusta da fare.

Ieri sera, in un locale non troppo gremito, si sono esibiti dal vivo a Roma per la prima volta, i giovani King Hannah, una delle band che, in questi ultimi due anni, mi ha più colpito ed entusiasmato su disco e che attendevo alla prova del nove dell’esibizione live.
I suoni del loro EP d’esordio, uscito a fine 2020 e dell’album I’m Not Sorry, I Was Just Just Being Me mi sembravano perfetti per essere suonati dal vivo e la dimensione da club -dinanzi a un pubblico dall’età media decisamente superiore a quella della band- reputavo fosse quella che meglio si sarebbe potuta adattare alle sonorità dei due giovani inglesi.

E, in effetti, non mi sbagliavo.
L’impatto della band, dal vivo formata da quattro elementi (ad Hannah e Craig si affiancano un batterista grintoso e puntuale e un terzo chitarrista decisamente eclettico), è stato subito convincente, grazie a A Well-Made Woman, uno dei brani più immediati dell’album d’esordio che ha scaldato gli animi e ha permesso immediatamente ad Hannah Merrick e Craig Whittle di mettere in mostra tutta il loro cristallino talento.

Il volto sottile, le orecchie nascoste dai lunghi capelli scuri, un maglioncino blu dal quale spuntava una camicia dal colletto bianco, la gallese non ha avuto bisogno di muoversi troppo o di essere particolarmente espansiva per conquistare il pubblico (che, spesso tra un brano e l’altro le tributava calorosi motti di apprezzamento, trascurando un po’ il resto della band) e ha dimostrato, immediatamente, che la sua voce (soprattutto all’inizio forse un po’ coperta dal roboante suono delle chitarre) rende dal vivo esattamente come su disco.
Un incrocio tra il laconico fascino di Hope Sandoval e la grinta di una Anna Calvi o di PJ Harvey. Un’artista che non ha bisogno di essere teatrale o di eccedere per ipnotizzare una platea.

Anche Craig Whittle, con il suo immancabile cappellino di lana -nonostante il caldo che, anche in una serata particolarmente mite, si faceva sentire nel locale afoso-, ha fatto immediatamente vedere di che pasta è fatto, facendo con la sua chitarra Fender davvero tutto ciò che voleva. Ad ogni riff, ad ogni lunga coda strumentale, balenava, soprattutto nelle orecchie degli spettatori più agèe, l’idea che fossimo di fronte a chiari riferimenti sixties e poi, subito dopo, la sensazione era che dalle corde e dalle dita di Whittle sgorgassero sonorità anni novanta. Il tutto, anche in questo caso, con estrema naturalezza e senza nessuna posa o virtuosismo inutile (tanto che i frequenti applausi alla fine dei solo suonavano davvero un po’ fuori luogo).
A modesto parere di chi scrive è stato forse il Neil Young più elettrico il nume tutelare della serata, ma, del resto, il canadese è punto di riferimento intramontabile per generazioni e generazioni di musicisti.

Le canzoni si sono succedute velocemente, affastellando sensazioni ed emozioni, da State Trooper a Big Big Baby, dalla title track dell’album a The Moods I Get In, perdendo, nella loro versione live, un po’ del dinamismo dell’album, ma sempre rimanendo trascinanti e coinvolgenti, sempre suonate con trasporto e partecipazione.
La scelta di evitare praticamente del tutto basi preregistrate e accompagnamenti elettronici ha reso brani come Foolius Caesar, che sul disco ha chiari riferimenti al suono dei Portishead, più immediati e diretti, mentre gli stacchi della teatrale Go-Kart Kid (Hell No!) (la cui esecuzione è stata interrotta dall’abbaiare di un magnifico esemplare di cocker, fino a quel momento tranquillissimo in platea) sono sembrati momenti necessari al pubblico e ai musicisti per riprendere fiato.

Eppure il meglio doveva ancora venire. Sono, infatti, stati l’ultimo brano del concerto e i due bis, il punto più alto della serata: se prima dei saluti la band ha chiuso con una versione infuocata di Crème Brûlée, il brano che li ha portati per primo alla ribalta, l’encore è stato aperto dalla altrettanto trascinate Meal Deal, anch’essa tratta dal fortunatissimo Ep d’esordio, per essere concluso con una scintillante, rallentata e sognante It’s Me And It’s You, Kid, grazie alla quale abbiamo potuto ammirare a pieno le capacità vocali e l’immenso carisma emanato dal fragile corpo di Hannah Merrick.

Senza dubbio i King Hannah hanno tenuto ampiamente fede alle promesse fatte su disco e il loro concerto mi ha gratificato e convinto, così come i pochi altri già visti in questo primo scampolo di “normalità” che ci è stato concesso, ma, devo ammettere che ciò che davvero mi ha fatto finalmente sentire di nuovo parte di una comunità -certo piccola e popolata quasi sempre dalle stesse persone, magari un po’ più imbolsite, con qualche capello bianco in più e gli occhi più stanchi, ma sempre animata da una genuina passione, se non ossessione per la musica- è stata la lunga chiacchierata alla fine, con amici che non si vedevano più da tanto e che, invece, sembrava di aver lasciato poche ore prima, nella quale si è passati con disinvoltura dai King Hannah ai Cure, dai Butcher Boy ai Led Zeppelin, senza trascurare Renato Zero e i suoi sorcini.
Tutto all’insegna di un ritrovato consentire.


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