Minru – Liminality

Francesco Amoroso per TRISTE©

Mi innamoro delle parole, ogni tanto. Non necessariamente del loro significato, più del loro suono, di ciò che quel suono evoca. Qualche tempo fa mi è successo con la parola “liminale” – tanto che ho dovuto per forza inserirla in un paio di recensioni- , parola poco usata in italiano ma, nonostante sia di chiarissima derivazione latina, piuttosto diffusa in inglese. E’ probabile che ciò dipenda anche dal fatto che il nostro è un Paese di contrasti netti, di luce accecante e buio fitto, di colori vivaci, mentre gli anglosassoni (e i nordeuropei in generale) sono più avvezzi alle sfumature, alle ombre, ai momenti di passaggio.
Sì, perché limine (qui da noi usato quasi esclusivamente nel linguaggio ecclesiastico) vuol proprio dire soglia e con la parola inglese “liminality” si definisce, in antropologia, la fase di transizione di un rito di passaggio. Chi è sulla soglia ha abbandonato il logo da cui proveniva, ma non è ancora entrato nel luogo verso il quale si sta dirigendo.
Una parola dal suono fantastico e dal significato affascinante.
E’ stato anche per questo che quando ho letto che una giovane artista, Caroline Blomqvist, in arte Minru, stava per esordire con un album chiamato Liminality, le mie antenne si sono subito drizzate.

Ed è stata una fortuna. Perché se l’album d’esordio di questa svedese trapiantata a Berlino avesse avuto un titolo diverso, magari -perso tra le innumerevoli uscite di questo periodo- non avrebbe attirato la mia attenzione e non avrei mai scoperto questo (capo)lavoro straordinariamente delicato, etereo, intimo e profondo.
Liminality arriva a oltre tre anni dal breve Yearning, e.p. d’esordio di Minru, ed è sorprendente come Caroline Blomqvist risulti, nonostante la giovane età e la relativa inesperienza, un’artista già matura sia nel songwriting che negli arrangiamenti, capace di scrivere un album che, partendo da una devastante esperienza personale -il lavoro racconta la sua sofferenza per la morte di qualcuno a lei vicino- riesca non solo a risultare universale, ma a tratti edificante e confortante, quasi come se il condividere il dolore, l’osservare le conseguenze di una perdita, siano parte di un processo di guarigione e superamento del lutto che, condiviso con gli ascoltatori, contribuisce a rasserenare gli animi, a sollevare il morale.

Se la parola Liminality ha un suono affascinante e oscuro e un significato che racchiude in sé speranze e timori, spinta verso il cambiamento e paura dell’ignoto, la scomparsa delle vecchie certezze, e l’incedere verso nuove convinzioni, la musica di Minru suona esattamente allo stesso modo, tanto che definirla liminale sarebbe perfetto, se non ci avesse già pensato lei stessa.
Le creazioni di Blomqvist si muovo in quello spazio di confine tra il sogno e la realtà, tra la notte e il giorno, tra il dolore e il sollievo. C’è una bellezza profonda nelle sue canzoni che fluiscono omogenee ma che grazie a piccole increspature nel loro serico tessuto, minimi cambi di rotta nel loro fluire, sono uniche e riconoscibili.

Le morbide melodie, la voce flautata e sussurrata, le note aggraziate di chitarra acustica, il pianoforte, gli archi e gli essenziali inserti elettronici rendono l’ascolto di Liminality una sorta di onirico vagabondare tra i meandri della coscienza e dei sentimenti (nostra e di Carolina).
Ai passaggi più chiaramente folk –Wildfire, che fa correre i brividi lungo la schiena, Light End nella quale il dialogo tra la chitarra e gli archi conferisce al brano proprietà taumaturgiche- si succedono brani che, pur senza rappresentare una cesura, arricchiscono le sonorità di Minru di sfumature e nuances: Metamorphose, che, con la voce e i synth ad accompagnare la melodia, ci culla e ci ipnotizza, Into the well che si dipana avvolta da un caldo flusso di synths, il singolo Secrets And Sins, delicata e risonante ma sorretta da ritmiche (leggermente) più sostenute, che nasconde, dietro un arrangiamento caldo e accattivante, uno dei testi più dolorosi dell’album (“Where do we go/ when our time has finally surrendered/ to set us free?“), la chiusura di Will I Ever Find, che si muove in territori dream pop e nella quale la splendida voce di Caroline assume sfumature che, senza sembrare blasfemo, la avvicinano all’inarrivabile Liz Fraser.

Dice Blomqvist che “Cosy is a feeling I always strive for in life” e mi pare di poter affermare, senza possibilità di smentite, che Liminality sia, in questo senso, un tentativo straordinariamente riuscito. Caldo, accogliente, confortevole, intimo e profondo: quale che sia la traduzione che preferite del termine “cosy”, si adatterà perfettamente a questo album meravigliosamente curato e ricco nei dettagli, eppure spontaneo e sincero.
“Spero che gli ascoltatori si sentano ispirati a rallentare un po’, creare, disegnare, cucinare qualcosa. Godersi, almeno per un attimo, il momento” dice ancora la giovane svedese. Ed è esattamente quello che Liminality richiede: l’attenzione, la concentrazione, la calma. Concedergliele vuol dire fare un investimento che verrà ripagato con gli interessi.

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