Flowertown – Half Yesterday

Francesco Amoroso per TRISTE©

Yesterday
All my troubles seemed so far away
Now it looks as though they’re here to stay
Oh, I believe in yesterday

Suddenly
I’m not half the man I used to be
There’s a shadow hanging over me
Oh, yesterday came suddenly

La tentazione è davvero forte. Tutto congiura. Sono circondato.
Oggi è il mio compleanno (e faccio fatica a pensare a quanti anni io compia). E sono esattamente 40 anni che la nazionale italiana di calcio ha vinto i mondiali di Spagna, sconfiggendo in finale la Germania OVEST (potrei citare tutti i marcatori e dove ho visto ogni singola partita, ma ve lo risparmio). I social network sono pieni di foto in bianco e nero o dai colori ormai sbiaditi: i costumi da bagno improbabili, le canottiere, le magliette strettissime, gli zoccoli del Dott. Scholl, le permanenti, le cabine sulla spiaggia, i biliardini.
Le canzoni uscivano dai juke-box.
Non voglio abbandonarmi alla nostalgia, non voglio rivivere per la quarantesima volta quel pomeriggio (e quella serata) che hanno rappresentato lo zenith della mia infanzia, al centro dell’attenzione, circondato dalle persone che amavo e con Pablito, Marcotardelli e Spillo che mi portavano al settimo cielo.
Non voglio perché so perfettamente che quella felicità pura, incontaminata, assoluta, nell’inconsapevolezza che tutto di lì a poco (l’adolescenza è probabilmente iniziata già nel successivo mese di agosto…) sarebbe stato diverso, non possono che essere dolci ricordi passeggeri che mi porteranno il magone e un senso di perdita doloroso, ma anche dolcissimo. Sensazioni nelle quali sono consapevole che mi perderei, perché, da sempre il naufragar m’è dolce in questo mare.

Combatto ma mi distraggo e commetto un errore. Decisivo. Forse voluto, in fin dei conti.
Mi metto ad ascoltare Half Yesterday.
Qualche giorno fa, infatti, è uscito il nuovo mini-album dei Flowertown, il duo della Bay Area formato da Karina Gill (Cindy) and Mike Ramos (Tony Jay) i cui due primi lavori (Flowertown -raccolta di due ep riuniti in un unico album- e Time Trials) ho amato intensamente e non c’è dubbio che gli otto brani che lo compongono siano un’arma potente in mano alle truppe corazzate della nostalgia.
Già il titolo che si rivolge al passato, senza che quell’ “half” possa mitigarne più di tanto l’effetto, e poi la la foto di copertina, leggermente sovraesposta, che ritrae una duna sabbiosa (che mi ricorda, inevitabilmente, la “scarpata” che, bambini, attraversavamo per andare al mare in Sardegna…) chiariscono come il contenuto del lavoro possa essere a elevatissimo rischio di nostalgia. Bastano poi le prime note di Buttercream, il sibilo della cassetta e la chitarra reverberata che esce da un amplificatore un po’ gracchiante, per togliermi ogni dubbio.

E allora mi lascio andare, mi arrendo. Soccombo, voluttuosamente.
Perché non dovrei? Non è almeno nel giorno del compleanno che ci si può abbandonare ai propri (colpevoli o meno) piaceri?
La nostalgia mi travolge e, come sospettavo, è bellissimo perdermi in questo incantesimo.
Karina e Mike (che sento un po’, in maniera immodesta, come due giovani amici) approcciano la musica con estrema semplicità, fanno in modo che la melodia ci lambisca, solletichi i nostri ricordi con dolcezza, ci pervada e ci conforti, ci faccia sentire a casa, ci faccia spalancare gli occhi, meravigliati di quanto due voci timide e un pugno di note possano risultare commoventi.

Half Yesterday è un albo (mi concedo questo termine desueto, perché fa parte delle mie prime letture musicali e ha per me un suono dolcemente evocativo) estivo, ma la sue estate non è quella becera e caciarona, non è quella dei fusti palestrati e dell’olio solare, dei tatuaggi, dei colori sgargianti e delle nottate in discoteca, ma quella più dolce e sbiadita dei bambini che giocano nella calura del dopopranzo, mentre gli adulti riposano sotto l’ombrellone, quella degli adolescenti che scendono in spiaggia completamente vestiti (di nero, preferibilmente) con gli auricolari nelle orecchie (e magari una furtiva sigaretta speciale fumata dietro le cabine), quella passata in città, dove la calura conferisce alle immagini che si vedono attraverso le finestre la qualità di un miraggio, quella dei pomeriggi infiniti, con le persiane abbassate per combattere la luce invadente, ad ascoltare cassette sibilanti su un vecchio registratore mono. Quella dei sogni ad occhi aperti sul futuro, quella che, filtrata dal ricordo, sembra essere un momento d’oro, incastonato nel tempo, immutabile ed eterno. Francavilla, Potroscuso, San Francisco, gli anni 80 del secolo scorso e gli anni 20 di questo: tutto in un solo luogo e contemporaneamente.

Il precedente album di Flowertown, Time Trials, gettava uno sguardo languido ma piuttosto cupo sul rallentare del tempo, sui nostri pensieri quotidiani, su un modo frenetico che aveva bisogno di una pausa. Half Yesterday è quella necessaria pausa.
La chitarra piena di riverbero, le note di basso lente e cadenzate, le percussioni e la batteria rallentate e, su tutto, i familiari intrecci vocali tra Mike e Karina, con quelle voci che sembrano provenire da due persone schive ma che hanno estremamente chiaro cosa vogliano dire, sono gli elementi di queste otto composizioni che dalla sincopata Buttercream alla trasognata Gaper’s Delay, senza parere, contengono una inebriante magia (o un dolce veleno).
Ciò che differenzia maggiormente questo lavoro dai suoi predecessori è la produzione che, nella sua scarna perfezione, si potrebbe definire meravigliosamente semplice. Mentre le precedenti registrazioni di Flowertown si basavano su un’etica totalmente lo-fi e sull’utilizzo di tecniche quasi amatoriali, Half Yesterday riesce, pur non perdendo quell’ethos e senza dimenticare il persistente sibilo del nastro, a confezionare otto brani pop (la title track, accompagnata dal suono dell’organo, è, in questo senso, emblematica) equilibratissimi, melodici e pieni di infinita grazia.

Basta chiudere gli occhi per perdersi tra le note di The Evergiven, lasciarsi cullare dalla tintinnante Infinity Over Two, incamminarsi con Mike e Karina lungo la spiaggia sconfinata di Beachwalkers (un minuto e cinquanta che può sembrare infinito o solo un istante), immergersi nelle acque cristalline -ma che si intorbidano sotto la superficie- di Human Ties.

Citare i Galaxie 500 sotto benzodiazepine, i Pastels che suonano al rallentatore, intere schiere di band C86 cui le brume di San Francisco attenuano i riflessi, o il suono della Sarah Records che si sbilancia definitivamente verso la tenerezza, potrebbe essere utile a descrivere l’atmosfera di Half Yesterday, ma temo si farebbe un torto a Gill e Ramos che, pur avendo chiaramente introiettato tutto questo, scrivono e suonano con schiettezza e immediatezza disarmanti, quasi fanciullesche.
Il suono dei Flowertown sembra, in Half Yesterday, approfittare di un po’ di brezza marina che lo ripulisce in parte dalla foschia, rendendolo più fresco e rasserenante, ma si dibatte, sempre, indomito, tra tristezza e pacata gioia con una grazia meravigliosa.

Sono qui, imbolsito, stanco, un po’ disilluso, con qualche ombra che incombe su di me, ma sono anche qui, filiforme dodicenne, abbronzato e ingenuo, con gli occhi che brillano di felicità, accecato dal luminoso futuro che si stende illimitato davanti a me.
Per metà nell’oggi e per metà ancora nel passato, con il sorriso timido e sempre vagamente triste di Paolo Rossi che mi inumidisce gli occhi e i Flowertown che saranno, per sempre, la colonna sonora della mia estate. Quella del 2022 come quella del 1982.

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