Cabane – Brûlée

All we could do
Forever blue
You breathe for me
I’ll breathe for you
Light and darkness swim through the night
Your soft hand in mine

Non so bene quando, ma a un certo punto le cose hanno cominciato ad andare per il verso sbagliato. Coloro che, avendone mezzi e possibilità, avrebbero dovuto guidarci, usare a fin di bene le proprie conoscenze, la propria posizione, il proprio potere, la propria influenza, per portarci, noi tutti, esseri umani, verso un cambiamento, verso un miglioramento, verso un arricchimento della società e degli individui, hanno finito per irregimentarsi e seguire il gregge, per farsene loro stessi influenzare, e, invece di scegliere di cercare di indirizzare le pecorelle smarrite verso un sentiero virtuoso, le stanno accompagnando, allegramente, verso il baratro.
Forse è successo quando l’avvento della rete e dei social network ha trasformato tutti -anche gli sparuti intellettuali superstiti- in tristi personaggi in cerca di consenso, di riscontro immediato, di un prestigio non più faticosamente guadagnato con lo studio e l’impegno, ma con lo spasmodico inseguimento del trend del momento, del carro a cui agganciarsi per ottenere il fatidico quarto d’ora di celebrità.

Abdicando alla loro funzione di guida -funzione che una volta si guadagnava sul campo- coloro che avrebbero dovuto elevarci, avvicinarci alla bellezza e alla verità, hanno preferito l’effimera scorciatoia delle luci della ribalta all’assunzione delle proprie responsabilità: mai come ora la massima “pop” di Spider Man (“da grandi poteri derivano grandi responsabilità”) risulta vuota di significato. Anzi quasi ribaltata: le responsabilità ricadono su chi le sente e sarà costretto a sopportarle anche non avendo alcun potere, mentre chi il potere ce l’ha, se lo gode, senza minimante curarsi delle responsabilità verso il prossimo che da esso derivano.

Potrebbe essere questo (non avendo particolari mezzi, mi pongo domande ma non ho quasi mai risposte) uno dei motivi -il principale?- del nostro depauperamento culturale, artistico, etico e morale.
E’, nel nostro piccolissimo (nessuno qui si sognerebbe di fare discorsi più ampi di quelli strettamente musicali che, già, non è detto assolutamente che ci competano), certamente questo il motivo per cui il discorso musicale ha raggiunto negli ultimi tempi un livello di povertà davvero imbarazzante, finendo per concentrarsi su fenomeni che si fa fatica a definire artistici e che privilegiano, rispetto alla musica in sé, altri -magari altrettanto nobili (?)- aspetti.

Sarebbe bello, allora, tornare nella nostra zona di conforto e concentrarci sulla musica e sulle sensazioni che essa riesce a convogliare. Concentrarci su ciò che la musica rappresenta, sui sensi che coinvolge e su quello che può dirci su noi stessi e sulla nostra vita (e se in queste ultime parole ci vedete la citazione di un brano di quasi quaranta anni fa, non siete in errore).

Ecco. Il mondo dell’autore e compositore belga Thomas Jean Henri non è un mondo facile, così come non lo è la sua musica, perché non troverete, nelle canzoni e nell’immaginario di Cabane, ritmi ballabili, ritornelli di facilissima presa (e altrettanto facilmente dimenticabili), né affermazioni a effetto o look sorprendenti. Eppure le sue canzoni sono semplici, fatte esclusivamente di quella materia priva di sostanza (e di una chiara definizione) che è la bellezza.

Quattro anni dopo il magnifico Grande est la Maison, senza fretta, Henri ha realizzato Brûlée, un’altra opera composta da canzoni di inimmaginabile bellezza, cantate dalle voci incantevoli di Kate Stables (This Is The Kit) e Sam Genders (Diagrams e Tunng) e, ancora una volta, con gli arrangiamenti per archi creati da quel genio (incompreso) di Sean O’Hagan degi High Llamas.
Brûlée porta avanti un discorso musicale, già intrapreso ai tempi di Soy Un Caballo (la precedente incarnazione artistica di Henri) e portato avanti mirabilmente con Grande est la Maison, che mette al centro delle composizioni dell’artista belga i sentimenti, all’insegna della fragilità e della vulnerabilità.
Le canzoni sono costruite in modo sottile, spesso affiancando a una timida chitarra acustica gli archi e un pianoforte poco invadente e fanno perno sulle voci delicatissime (eppure piene di forza) di Stables e Genders che si supportano, si aiutano e finiscono per librarsi eteree e carezzevoli.

L’album si apre con In Parallel e, immediatamente, ci sentiamo trasportati in un altrove dove la voce aggraziata di Kate Stables (contrastata da un passaggio di synth ripetuto) lenisce i dolori e placa le paure, nel quale il rischio di cadere nel deliquio non è poi così terrorizzante ( “My love/ This may never be/ Strange as it seems/ My cold black fears”), poiché ci sembra di percepire, nel nostro intimo, che siamo al sicuro, finalmente.
La successiva Amour(s) è cantata da Sam Genders e il contrasto tra la sua voce -meno melodiosa ma altrettanto emotivamente coinvolgente- e quella di Stables produce un effetto straordinario, mantenendo i nostri sensi all’erta, senza provocarci, però, alcun trauma. Anche il mal di cuore e l’incertezza (“My amour/ You never walk away/ My amour/ You never really stay/ My amour”) sono parte della vita e come tali vanno accettate, perché, ci dice Henri, c’è bellezza da trovare anche nel dolore.
E della malinconia e del dolore, gli archi di O’Hagan sembrano essere gli interpreti perfetti: ascoltando Melodies of Love la voce di Stables ci conduce fino ad avere uno sguardo fugace verso il baratro che può aprirsi nell’animo umano (“We never learned of love/ She took us in the night/ Forever and ever to fall like this/ Could be the perfect lie”), senza, ancora una volta, che sia la paura a sopraffarci.

In alcuni momenti (Italian Mysteries, Ilot pt. 1) gli arrangiamenti si fanno meno aerei e lineari e al pianoforte e alla chitarra acustica, si affiancano droni delicati e suoni che increspano la malinconica tranquillità dei brani, ma Brûlée è un album così solido che non ha alcun bisogno di alzare i toni o di aumentare il ritmo per mantenere l’attenzione.
Anzi il suo incedere lento e quasi sussurrato costringe l’ascoltatore (quello volenteroso e attento, almeno) a farsi più da presso, a acuire i sensi, ad arrendersi ad esso, per cogliere quei movimenti carsici del suono che si celano sotto la superfice diafana delle voci.

Purtroppo, mentre chi avrebbe i mezzi e le conoscenze per raccontarci tanta bellezza con le parole giuste si perde a disquisire di argomenti futili e degradanti, siamo noi, senza una ribalta adatta e con limitate capacità -e solo tanta passione a supportarci- a sentirci quasi costretti a portare avanti un discorso che, almeno in ambito musicale, si possa concentrare solo sulla bellezza e sulle emozioni.
Ma, se scrivere di Brûlée mi risulta difficile, perché preferirei chiudere gli occhi e lasciarmi semplicemente avviluppare nella sua bellezza, qualcuno deve pur farlo.

Con la sua straziante purezza e una fragilità che a tratti sgomenta, Brûlée, forse neanche del tutto consapevolmente, finisce per svelarci una lampante, quanto terribile, verità: è l’animo messo a nudo dell’essere umano la sola grande bellezza che ci resta in questo secolo di brutture e nefandezze.

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