Tunng – Songs You Make at Night

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Una notte d’agosto mi aggiravo allegra in cerca di un bagno pubblico tra le stradine di Aliano, durante il festival di paesologia La Luna e I Calanchi.

Ho seguito un cartello stradale che indicava Toilette Donne fino a un piccolo slargo dove, tra la fontana comunale e il bar Brillo Parlante, un altro cartello con la stessa scritta suggeriva di scendere le vicine scale.

Dopo qualche ora sono tornata e sullo stesso cartello accanto al Brillo Parlante c’era scritto Toilette Uomini. Non ero sola (fortunatamente!) e quando ho guardato Arianna anche lei era a bocca aperta. Siamo scoppiate a ridere senza avere la minima idea di cosa fosse successo.

Questa è stata la mia estate: surreale.

“​It’s a beautiful dream. WAKE UP!”​ cantano i Tunng nel brano di apertura (​Dream in​) del loro nuovo disco. Dopo 11 anni sono tornati alla formazione originale (Mike Lindsay nel frattempo si era dedicato al progetto LUMP con Laura Marling) e il 24 Agosto è uscito ​Songs You Make At Night.

Un viaggio dentro un sogno, un sogno lungo un viaggio. Folk ed elettronica si mescolano con eleganza ed entusiasmo per undici tracce in un discorso onirico avvincente. ABOP​ (A Bloom Of Phosphorescence) è l’inizio dell’avventura e il video animato del duo polacco Kijek/Adamski la racconta alla perfezione.

Il motivetto ipnotico, fatto di bassi profondi e una chitarra elaborata fino a diventare un’arpa, si alterna alla registrazione della voce di Mary Millington, attrice porno degli anni’70, nella costruzione di un mondo fantastico e inquietante, letale e rigenerante.

Sleepwalking​ contiene il verso che da il titolo all’album e non a caso è la traccia che meglio sintetizza il mondo metafisico dei Tunng, tra tradizione e sperimentazione. Synth pop e leggeri groove elettronici si uniscono in crescendo a suoni che sembrano provenire da un regno sommerso, subacqueo e magnetico.

Nello svelarsi di un universo notturno, in bilico tra incanto e inquietudine, trovano voce e armonia molti strumenti e suoni (anche delle conchiglie!), mescolati con cura alla chitarra folk pastorale di Sam Genders. Acustico ed elettronico si combinano in paesaggi immersivi (​Crow​, ​Battlefront,​ ​Evaporate​).

E se il mondo fosse bidimensionale? ​Flat Land,​ ispirata all’omonimo racconto di Edwin Abbott (1884), è un’ammiccante filastrocca psichedelica: il suo ritmo cantilenante ed euforico da vita a un esotico mondo claustrofobico popolato da figure geometriche, che vivono, pensano e sognano “piatto”.

A questo punto, l’alba è necessaria. L’evanescente voce di Becky Jacobs si fa guidare dalla grazia acustica della chitarra, sembra un invito a riaffiorare (​Like Water​). E infatti, un po’ come fosse una Sirena di Ulisse al contrario, la voce metallica di un uomo mette fine al disco, al sogno, al viaggio. ​Dream out.

Nella provvisorietà del limite tra il giorno e la notte, tra il reale e il surreale c’è qualcosa di inquietante e incantevole che si dovrebbe saper cogliere, per imparare a colorare anche l’oscurità più profonda e tutte le suggestive sfumature intermedie.

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