Bullion – Affection

La recente prematura scomparsa di Steve Albini inevitabilmente ci spinge a riflettere sull’importanza che i produttori o, perlomeno, alcuni produttori hanno avuto nel nutrire e spesso anche orientare l’evoluzione della nostra prediletta popolar music.
Se sul contributo specifico (ovviamente gigantesco) di Albini ben poco possiamo sperare di aggiungere rispetto a quanto di bello e talvolta anche commovente si è potuto leggere in questi amarissimi giorni di maggio, non possiamo né dobbiamo dimenticare che nella musica contemporanea esistono ancora maestranze (come molto teneramente si usava definirle un tempo…), autori e produttori capaci di lasciare un segno tutt’altro che effimero su quanto giunge alle nostre orecchie, sebbene molto o quasi tutto, attorno a noi, paia troppo spesso suggerire l’esatto contrario.

Tra questi produttori, proprio perché sino ad oggi un po’ decentrato e in penombra, ci preme annoverare per quanto ci riguarda soprattutto Bullion, nome d’arte dell’inglese Nathan Jenkins, che, almeno ai lettori di TRISTE©, non dovrebbe suonare completamente inedito, in virtù dell’egregio lavoro svolto in consolle per autori come Orlando Weeks, Hayden Thorpe, Westerman e Nilufer Yanya, delle cui impresevi abbiamo in questi ultimi anni abbondantemente riferito. E non certo per caso.

Attraverso queste collaborazioni (alle quali possiamo aggiungere quelle con Ben Howard, Avalon Emerson, Carly Rae Jepsen), Bullion è andato infatti affinando una certa tonalità espressiva, una specifica calligrafia pop che, per lo più refrattaria alle mode e agli automatismi commerciali della filiera mainstream, si muove dentro la musica prodotta o scritta dal Nostro con passi delicatamente sinuosi, eleganti, ricercati. Ormai, verrebbe da aggiungere, del tutto riconoscibili.

Ne è prova evidente Affection, terzo e sinora miglior disco del Jenkins autore, condensato mirabile di un retro-conscious electro pop (così, con ispirata sintesi, l’ha ribattezzato Pitchfork) che, se da un lato risveglia vaghe memorie del più vellutato sophisti-pop britannico di metà anni Ottanta (la meravigliosa Rare, in duetto con la già citata Carly Rae Jepsen ma anche Once in a Borrowed Car o lo strumentale 40 Waves), dall’altro veleggia con soavissima levitas  fra correnti hypnagogic-pop e indie-dance d’inizio Millennio (non sorprende dunque troppo l’ouverture programmatica quanto irresistibile di A City’s Never, in combutta con il redivivo Noah Lennox aka Panda Bear degli Animal Collective).

Lo stile di Bullion è terso, sofisticatamente minimal, sbalzato in linee e superfici nette (prova ne siano Hard To Do, Cinch o la magnifica Your Father), governato da un principio di sintesi e da una rigorosa economia formale che lo avvicinano quasi più all’astrazione speculativa del sound design.

Affection si rivela dunque l’opera di un finissimo pensatore che all’idealità geometrica del suono riesce ad affiancare la densità allusiva e palpitante dell’immagine, della reminiscenza, dell’emozione vissuta e costantemente riprocessata in forma-canzone.
In un simile intreccio pare a tratti manifestarsi il segreto, l’enigma supremo e avvincente della migliore musica pop. Enigma che Bullion, c’è da scommetterci, continuerà ad interrogare e forse, chi lo sa, anche a sciogliere.

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