Nilüfer Yanya – Painless

Francesco Giordani per TRISTE©

Non sono affatto poche le uscite discografiche che, in questi ultimi due mesi, sono andato appuntando nel mio fedelissimo taccuino di diarista dell’ascolto. Di molte di esse le spesso soverchianti e più prosastiche impellenze della vita mi hanno impedito di dire e scrivere come avrei voluto, ahimè.
I nomi che ritrovo trascritti in agenda vanno dalla big music di ritorno dei Palace del notevole Shoals (un po’ Maccabees, un po’ Sigur Ròs, un po’ Waterboys era This is the Sea, un po’ anche Jeff Buckley), al soft (power) rock dei Blossoms di Ribbon Around The Bomb – che regalerà una mezz’ora di vitale contentezza tanto ad orecchie già estimatrici di America e Supertramp quanto a più fini palati devoti alla Electric Light Orchestra (via MGMT…).

E se con la penna scorro ancora un po’ le righe dei miei lunghi elenchi, eccomi arrivare alla nuova godibilissima vena crooneristica di un ritrovato Father John Misty, che fa il paio con il noise-blues sempre più astratto e concettuale del quasi coetaneo Jack White ma pure, volendo, con il sofisticato queer-country del suo discepolo Orville Peck.

Mentre ancora mi interrogo sulla reale consistenza e memorabilità delle più recenti uscite a firma The Smile e Arcade Fire (tendenzialmente promuoverei entrambe con piena sufficienza ma non di più), non posso esimermi dal segnalare, vista anche la scarsa eco sinora suscitata nella propria nicchia di appartenenza, Painless, ovvero il nuovo (e già terzo, se non erro) album di Nilüfer Yanya.

Album di cui il sottoscritto ha casualmente scoperto l’esistenza sfogliando una copia di D, l’ottimo (nonché straordinariamente impaginato) inserto femminile de La Repubblica. Perché sì, si può ancora scoprire nuova musica semplicemente leggendone, sentendosene irresistibilmente affascinati (sacrilegio!) prima ancora di essersi precipitati ad ascoltarla su Spotify o YouTube. Se siete arrivati fino a questo punto del mio scritto credo possiate perfettamente capire di quale fenomeno paranormale stia parlando.

Nilüfer Yanya, londinese di Chelsea figlia di artisti turco-irlandesi scriva canta e suona (la chitarra) dall’età di dodici anni. Leggerete da qualche parte che nel 2014 (ovvero a diciannove anni) ha rifiutato di unirsi ad un girl group prodotto da uno degli One Direction (no, non Harry Styles) per dedicarsi al suo progetto. Ovviamente ne siamo tutti felici anche perché il cristallino talento di questa raffinata e originale songwriter brilla di luce propria e per farlo non ha bisogno di particolari effetti speciali, men che meno di autotune o di quella stramaledetta costipazione groovereccia (che tutto stritola e anonimizza) oggi in gran voga.

A Nilüfer Yanya bastano le canzoni. E magari un valido produttore. Nel caso specifico ce ne sono ben tre: il fido Wilma Archer (non per caso già al fianco anche di Celeste e Jessie Ware), Andrew Sarlo (Big Thief) e soprattutto Bullion, solido deus ex machina degli eroi nostrani Orlando Weeks e Hayden Thorpe. Autori questi ultimi di  cui non spendo casualmente il nome visto che, se a suo tempo vi piacquero i loro rispettivi (bellissimi) lavori, al 100% amerete anche di più questo Painless. Che mescola nei propri genomi un corredo di influenze geneticamente assortite (soul, sophisti-pop, new wave, psichedelia, R&B) ma fra loro assolutamente coerenti: Tracey Thorn e St. Vincent, King Krule e Sade, XX e Cocteau Twins, LoneLady e Durruti Column. 

Di canzoni da salvare in questo piccolo diamante di pop d’arte (come da migliore tradizione inglese) ce sono parecchie. Stabilise, certo, ma anche la stupenda chase me, hit fatta e finita, come pure il vaporoso gioco di specchi di anotherlife o le rincorse a perdifiato nei territori del sogno di the dealer e L/R.

Su tutto celebro personalmente gli iridescenti arabeschi sonori della mia canzone preferita, ovvero midnight sun, perfetta “parte per il tutto” della visione musicale della Yanya. Gli elementi che la costituiscono sono presto detti: voce algida e ipnotica, sospesa ad un tempo fra memoria e profezia, un tremulo sciabordare di chitarre e il ritmo che impercettibilmente sale, si accorcia e poi infine dilaga nella luce di un affaccio improvviso sul radioso futuro di quest’artista, che non smetterà troppo presto di incantarci.

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