André Salvador and the Von Kings – André Salvador and the Von Kings

Francesco Amoroso per TRISTE©

Se qualcuno, per tentare di invogliarvi all’ascolto di un nuovo artista, vi dicesse che sembra “Elliott Smith che suona con i Super Furry Animals” che cosa fareste?

Le opzioni, dopo un’affermazione del genere, sono solo due: la prima, comprensibile, è quella di guardare l’interlocutore con sguardo beffardo e incredulo, mandarlo bonariamente a quel paese e rispondergli che andate a casa ad ascoltare un artista che sembra “Ian Curtis che suona con gli Abba”.
La seconda, soprattutto se l’interlocutore è una persona fidata, è quella di correre davvero a casa e provare ad ascoltare con le vostre orecchie questo prodigioso ibrido.

E’ esattamente quello che ho fatto io, quando ho cominciato a leggere qualcosa in rete su André Salvador & The Von Kings, anche perché me li consigliava la Last Night From Glasgow, etichetta scozzese che ho imparato ad amare e della quale comincio a fidarmi quasi alla cieca.

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Angel Olsen – Whole New Mess

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non importa quanto ti allontani. Prima o poi, è inevitabile, devi tornare a casa.

Mi capita spesso di pensare alla parabola artistica di tanti musicisti che amo e apprezzo, alla loro gavetta, a volte lunga, altre infinita. Ai sacrifici che fanno e ai compromessi che devono accettare per arrivare a essere ascoltati (e, sovente, anche solo per sopravvivere).
Alle scelte che ne condizionano la carriera. Ai rifiuti o ai colpi di fortuna che possono cambiare la loro storia.

Mi capita di fare certi ragionamenti anche quando penso ad Angel Olsen, artista che ho amato follemente ai tempi delle sue prime uscite e che, album dopo album, ho cominciato a sentire sempre più lontana da me.
Per lungo tempo ho pensato che, prima con “My Woman” e le sue canzoni piene di ritmo e chitarre elettriche e poi, in maniera ancora più eclatante, con le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali di “All Mirrors” avesse in qualche modo tradito le mie aspettative, sterzato bruscamente, lasciando me, suo ammiratore della prima ora, alle spalle, per inseguire una visibilità e un successo che il folk scarno e quasi ascetico degli esordi non le avrebbero mai permesso di raggiungere.

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Luka Kuplowsky – Stardust

Francesco Amoroso per TRISTE©

Siete stufi di ascoltare il solito cantautore con la chitarra acustica che vi racconta delle sue immancabili pene d’amore?
Io, in fondo, non lo sono del tutto.
Suppongo che dipenda fondamentalmente dal fatto che è davvero difficile staccarsi da ciò che per tanto tempo ha fatto parte della propria vita, ma un cantante (una volta lo avremmo definito, bonariamente, “barbuto”) che, con l’accompagnamento di una chitarra acustica e nulla più, mi apre con sincerità il suo cuore, è qualcosa a cui non riesco facilmente a rinunciare e che, spesso, mi emoziona ancora.

Tuttavia è sempre lecito crescere e chiedere qualcosa di più.
E Luka Kuplowsky mi racconta che nelle sue canzoni l’amore è visto proprio come una componente necessaria per la crescita, per la scoperta di se stessi e degli altri. E, così, pur rinunciando a ogni cinismo, ma senza mai cadere in gratuite melensaggini, l’artista canadese canta di amori adulti (o, almeno, che contribuiscono alla crescita e all’arricchimento), amori che sono, per usare le sue stesse parole, la ricerca di “una sintonia paziente”.

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Private World – Aleph

Francesco Giordani per TRISTE©

L’anno musicale volge inesorabilmente al suo autunno, il che, per un album così crepuscolare come Aleph, è un gran bene. Difficilmente i mesi che ci attendono potranno infatti avvolgersi in stoffe musicali più pregiate di quelle che i Private World hanno quasi maniacalmente ricamato.

La band synth-pop guidata dai raffinati esteti gallesi (di Cardiff) Tom Sanders e Harry Jowett, ha dipinto un album dal fascino sottile, sofisticato e malinconico, che va ad occupare, nella mente bislacca di chi scrive, il quarto vertice di un ideale quadrilatero sonoro che poggia i restanti piedi sugli esordi di Nation of Language e Westerman (recuperate il suo notevole Your Hero Is Not Dead) e sul bellissimo Gathering Swans dei Choir Boy, da noi già lungamente elogiato.
Progetti che peraltro, vuoi per l’anno maledettamente bisestile vuoi per una sempre più irreversibile disaffezione/distrazione del pubblico “alternativo”, hanno raccolto davvero troppo poco rispetto alla qualità (ingente) messa in campo.

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Olec Mün – Reconciliation

Peppe Trotta per TRISTE©

Ripercorrere il passato alla ricerca delle proprie radici è un atto mai semplice eppure estremamente importante per comprendere se stessi e per capire da cosa scaturisce il proprio presente.
È una ricerca intima che spesso viene trattenuta, assorbita per essere gelosamente custodita.
Ma non sempre è così.
A volte, per ragioni diverse, si avverte la necessità di condividere le sensazioni derivanti da tale opera di scavo interiore e ci si ritrova a dover scegliere il mezzo a noi più affine per farlo. Marcelo Schnock alias Olec Mün ha scelto la musica, suo linguaggio d’elezione.

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