
Francesco Giordani e Tiziano Casola per TRISTE©
Francesco. Leggo che lechyd Da è un’espressione gallese che dovrebbe pressapoco significare “buona salute”. Dopo aver scorso qualche foto recente di Bill Ryder-Jones sul suo profilo Instagram e soprattutto dopo aver ascoltato più volte il suo ultimo disco, non saprei dire se la scelta di un simile titolo per quest’ultimo abbia un che di amaramente auto ironico.
Le canzoni del (bellissimo, diciamolo subito a scanso di possibili equivoci) lechyd Da lasciano infatti intravedere, appena oltre la linea del loro brumoso orizzonte nord britannico, -meravigliosamente evocato dal dipinto di Dale Bissland che effigia la copertina-, un entroterra di vissuti sofferti, un’autobiografia scandita da stanze umide ed interni inglesi su cui le muffe della solitudine, della malattia e della tribolazione alcolica hanno allungato la loro ombra arcigna. Eppure, le canzoni di lechyd Da hanno ancora la forza di spalancare una finestra sulla luce e l’aria pungente dei mari del nord (quelli che Bill Ryder-Jones può verosimilmente contemplare dal suo rifugio a West Kirby), un’aria salmastra che tutto pulisce e spazza via, risvegliando la coscienza, aprendo lo sguardo alla possibilità di mete nuove.



