Sam Burton – Dear Departed

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non era per niente difficile dire addio.
Man mano che i giorni sfumavano gli uni negli altri,
diventava sempre più facile

(Colson Whitehead – Manifesto Criminale)

È utile chiedersi perché qualcuno fa quello che è chiamato a fare? È una cosa misteriosa. Non so davvero perché mi sento chiamato a fare musica, proprio come mi sembra che molte persone non sappiano perché sono chiamate a fare qualcosa. Ma potrei elencare i motivi per cui la musica mi ha dato un significato. Alla fine l’ho accettato e lo faccio perché è l’unica cosa che potrei fare.“. Così mi ha risposto, qualche tempo fa, Sam Burton, americano di Ogden, cittadina (un tempo scalo ferroviario verso il West) a poche miglia da Salt Lake City, quando gli ho chiesto quale era il motivo per il quale era diventato un cantautore.
La risposta, tuttavia, era probabilmente già scritta, in scintillanti note nere, nel suo secondo album ufficiale, quel Dear Departed uscito all’inizio di questa estate e che l’ha visto esordire per la ormai prestigiosissima Partisan Records.

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Teenage Fanclub – Nothing Lasts Forever

Francesco Amoroso per TRISTE©

La mia teoria: la tristezza della sua maturità era di un ordine di grandezza superiore a quella della sua giovinezza e, con il passare del tempo, quella tristezza minore si era trasformata nei “bei tempi andati”
(Alejandro Varela – Babylon)

A una certa età la nostalgia diventa una compagna di viaggio inevitabile (e, a volte, anche un po’ perniciosa). Se è vero che la predisposizione a un certo stato d’animo nostalgico e malinconico è spesso insita in noi (e, vi prego, sull’argomento leggete questa striscia dei Peanuts di Schultz, che vede protagonista Rerun (Ripresa) Van Pelt e che vale più di mille trattati specialistici), è altrettanto vero che la nostalgia, con il tempo, finisce per essere quasi un sentimento automatico con il quale leggere il presente (e ripensare al passato).
Forse non ci siamo mai goduti quei lunghi pomeriggi d’estate che sembravano infiniti. E’ probabile che il primo amore ci abbia fatto soffrire molto di più di quanto ricordiamo e che prima di ottenere quel primo bacio -che ricordiamo con immutato trasporto- il dolore sia stato atroce. E addirittura probabile che si stesse peggio quando di stava peggio e che tutti quei ricordi siano solo filtrati non tanto dagli occhiali rosa con cui guardiamo il passato, ma da quelli scuri di fuliggine e malumore con cui, invece, ci ostiniamo a fissare il presente.

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Slowdive – Everything Is Alive

Francesco Amoroso per TRISTE©

“…è una caduta solo se pensi al finale.
Altrimenti si chiama volare.”
(Jason Mott – Che Razza Di Libro)

Con l’età ho sviluppato un’avversione sempre più tenace nei confronti dei tuffi. Da ragazzino, pur con la sempre presente prudenza (e una già latente acrofobia), tuffarmi era un’attività grandemente emozionante, che mi dava ogni volta piccoli e piacevoli brividi: il salto nel vuoto, la sfida (persa in partenza, ma poco conta) alla gravità, un breve volo e poi il contatto con l’acqua, la carezza (o lo schiaffo…) sulle membra, la sensazione di essere avviluppati in un morbido abbraccio. Ora, invece, prima di tuffarmi, riesco a pensare solo al terrificante senso di vuoto che proverò nel momento in cui non avrò più i piedi saldamente poggiati per terra. Penso, purtroppo, alla caduta e non mi godo il volo.
Il tuffo dovrebbe, invece, fornire un doppio piacere: quello del volo e quello della successiva immersione.

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Vines – Birthday Party

Atmosfere rarefatte permeate da strisciante malinconia tra le quali a tratti rimangono impigliate scarne parole che raccontano i tumulti di un’anima fragile.
Si apre ad un universo sonoro più introverso e diretto la musica di Cassie Wieland – nota fin qui soprattutto in qualità di compositrice pura – inaugurando un nuovo progetto, che la vede schierata in primo piano anche se ancora coadiuvata da una folta schiera di collaboratori.

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Nation Of Language – Strange Disciple

Francesco Giordani per TRISTE©

Per spiegare l’incantesimo che sprigiona dalle canzoni dei Nation of Language mi basterebbe rievocare una manciata di minuti semplicemente perfetti del recente Bones and All di Luca Guadagnino. Una coppia di innamorati senz’altro avere in tasca che non sia la loro sfacciata giovinezza, la strada che si srotola sotto le ruote del loro malconcio pick-up mentre ai lati, davanti, sopra, dietro, ovunque, il paesaggio illusoriamente infinito dell’Ovest spalanca la vertigine della possibilità. E poi, dettaglio non secondario, Your Silent Face dei New Order che forse prorompe dalle casse del pick-up o forse no, balla semplicemente nell’aria, come uno squillo d’organo in una cattedrale invisibile, come un cumulonembo che sale vaporoso nei cieli altissimi del New England.

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