Beach Fossils – Bunny

Francesco Giordani per TRISTE©

Come non di rado capita, mi è stata sufficiente una singola canzone per realizzare che Bunny, quinto album in studio dei newyorchesi Beach Fossils, è un lavoro baciato dalla più luminosa ispirazione. Ascoltata in palestra mentre ero alle prese con un’estenuante sessione di addominali e fitball  -sfido peraltro qualunque lettore ad allenarsi con profitto, se ci riesce, avendo nelle orecchie l’ovatta sonora di un jangle-pop vaporoso e sognante-, l’incredibile Feels So High ha impiegato un minuto scarso nel ricatapultarmi dentro la tempesta che i Verve scatenarono in paradiso (perduto? artificiale? forse entrambi…) nel 1993. Brividi.

Continua a leggere

Sigur Rós – Átta

Francesco Amoroso per TRISTE©

“At least God never showed his face in Iceland. Olie tells me it wasn’t even created by him. No wonder it’s the most peaceful country in the world.”
(Hallgrímur Helgason – The Hitman’s Guide to Housecleaning)

Ricordo con grande nitidezza la prima volta che ho ascoltato una canzone dei Sigur Rós: doveva essere l’inverno del 1999 e, sui soliti giornali musicali inglesi avevo letto di questa strana band di islandesi che cantava in una lingua incomprensibile e aveva titoli assurdi e impronunciabili. Così, alla prima occasione utile mi ero recato dal mio spacciatore di fiducia e avevo chiesto al buon Giuliano di farmi ascoltare qualcosa dei Sigur Rose.
Lui mi aveva subito corretto e mi aveva mostrato il singolo d’esordio della band islandese per l’etichetta inglese Fat Cat: Svefn-g-englar, precisando che, seppure conoscesse la pronuncia del nome della band, non aveva alcuna idea di come si pronunciasse il titolo della canzone.
Nel frattempo le note del lungo brano che apriva e dava il titolo all’E.P. avevano cominciato a invadere il piccolo negozio.

Continua a leggere

This Is The Kit – Careful Of Your Keepers

Francesco Amoroso per TRISTE©

“You cannot buy the revolution. You cannot make the revolution.
You can only be the revolution. It is in your spirit, or it is nowhere.”
(Ursula K. Le Guin – The Dispossessed: An Ambiguous Utopia?)*

Se cerco nel vocabolario la parola “rivoluzione” la prima definizione che trovo è: “movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico” ma, per estensione: “ogni processo storico che finisca per determinare il mutamento di un assetto sociale o politico” o, anche, in senso figurato: “sconvolgimento di costumi, di abitudini o relativo a clamorose e rumorose manifestazioni di protesta“.
In ogni caso, quando si cita la parola rivoluzione vengono in mente violenza, azioni clamorose e cambiamenti drastici e, quasi sempre, repentini.
Oggi, invece, vorrei usare questo termine abbinato a un aggettivo che di solito mal vi si adatta, perché quella di cui voglio parlarvi è una rivoluzione “gentile”, un cambiamento moderato e graduale e caratterizzato da nessuna azione o manifestazione che non sia quieta, tranquilla, garbata.
Ma pur sempre una rivoluzione.

Continua a leggere

Keaton Henson – House Party

Peppe Trotta per TRISTE©

È passato oltre un decennio da quando la pubblicazione di Dear rivelava la scrittura intimista e crepuscolare di Keaton Henson e da allora ogni tassello discografico prodotto è servito a dare conferma del suo indiscutibile talento. Canzoni sussurrate a cuore aperto soprattutto, ma anche sporadiche impennate elettriche e pura composizione priva di parole hanno scandito lo sviluppo artistico di un autore profondamente schivo ed introverso, incline ad una naturale malinconia.

Continua a leggere

Robbi Curtice – Nothing To Write Home About

Francesco Amoroso per TRISTE©

“Not only has there never before been a society so obsessed with the cultural artifacts of its immediate past, but there has never before been a society that is able to access the immediate past so easily and so copiously.”
(Simon Reynolds – Retromania)

Sostiene Simon Reynolds, in quello che -senza dubbio- è il saggio più importante per comprendere il mondo della musica “leggera” dell’ultimo quarto di secolo- che l’era pop in cui viviamo adora tutto ciò che è retrò e commemorativo. La musica pop(ular) in passato creava un senso di speranza, continua Reynolds, era proiettata verso il futuro e produceva movimenti innovativi come la psichedelia negli anni 60, il post punk negli anni 70, l’hip-hop negli anni 80 e la rave-culture negli anni 90. La musica degli anni Duemila, invece, è stata prima minacciata, poi spodestata, infine annientata dal passato. E, se all’inizio il problema era soprattutto industriale – revival, ristampe, cofanetti, edizioni rimasterizzate, reunion di band, pubblicazione di biografie, memoir e documentari- da molto tempo ormai è una questione d’ispirazione: invece di produrre nuova musica per esprimere se stessi, i giovani artisti e le band esordienti sono saldamente ancorati alla musica del passato. Ne siamo rimasti invischiati tutti.

Continua a leggere