Brigitte Calls Me Baby – This House Is Made Of Corners

Sarà che ho trascorso queste ultime settimane centellinando la lettura delle pagine straordinarie di Mentre Morivo di William Faulkner (no, garantisco che lo stimolo non mi è venuto dal magnifico poemetto zen Perfect Days di Wim Wenders, che comunque raccomando ai lettori), sarà che già l’omonimo ep degli australiani Radio Free Alice sul volgere dello scorso anno mi aveva acceso come una piccolissima spia lampeggiante dentro le orecchie.
Fatto sta che non sono poi troppo sorpreso dal constatare che un’altra giovane band riaccenda la fiaccola dell’infinita maratona smithsiana fra le generazioni, prendendo l’abbrivio a migliaia di chilometri da Manchester, nel caso specifico nel profondo sud faulkneriano degli States. A Port Arthur, Texas, per la precisione, dove è nato e cresciuto Wes Leavins, crinito cantante dei Brigitte Calls Me Baby.

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86TVs – You Don’t Have To Be Yourself Right Now

Potrei e dovrei forse parlarvi, per restare in tema di retro-meraviglie britanniche, dei ritorni più o meno godibili di Vaccines (che fanno il paio con i sodali Spector, riaffacciatisi alle cronache lo scorso dicembre, senza troppi clamori) o Shed Seven (capaci persino di agguantare la vetta delle classifiche albioniche per la prima volta a trent’anni esatti dall’esordio Change Giver…) ma non ne varrebbe troppo la fatica né l’inchiostro. Trattasi infatti, per ambo i lavori, di onesto quanto prevedibile fan service di buona (diciamola tutta: men che discreta) mano e poco altro. Dolcezze anche gradite che però si sciolgono in bocca (o nelle orecchie dir si voglia) troppo presto per lasciare durevoli ricordi in chi le assapori. E che comunque, rimanendo all’ombra del Big Ben, il saettante arcobaleno schizzato in punta di ugola e plettro da Liam Gallagher e John Squire tende a far scivolare in un secondo se non già terzo piano del paesaggio sonoro di queste prime settimane del 2024.

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epic45 – You’ll Only See Us When The Light Has Gone

Non sono mai stato un esteta, ma mi ossessiona da sempre l’idea che il mondo sia pieno di bellezza e che questa bellezza rimanga in massima parte nascosta ai nostri sensi.
Quanta bellezza -e, con essa, quanta gioia, quanta emozione, quanta verità- ci è preclusa e quanta bellezza noi stessi ci precludiamo, per pigrizia o per pavidità?
Eppure basterebbe uno sguardo, un po’ di attenzione, uno sforzo: perché la bellezza -anche se guardando alcuni paesaggi, ascoltando alcune canzoni o assaporando una bella pizza, non lo diremmo- ha bisogno di una nostra partecipazione attiva per manifestarsi, per trasformarsi in un esperienza edificante e rinfrancante.
Esistono certamente molte persone che non hanno sentito parlare degli epic45 -anche se nella nostra piccolissima bolla questa circostanza è meno probabile: qui, più che altro, si predica ai convertiti- e, magari, alcuni di quelli che hanno avuto l’opportunità di ascoltare la loro musica, non hanno prestato la dovuta attenzione o fatto lo sforzo necessario. O non erano dell’umore adatto. Sono sinceramente dispiaciuto per loro. Ma, come diceva il grande maestro Manzi, non è mai troppo tardi.

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Bill Ryder-Jones – lechyd Da

Francesco. Leggo che lechyd Da è un’espressione gallese che dovrebbe pressapoco significare “buona salute”. Dopo aver scorso qualche foto recente di Bill Ryder-Jones sul suo profilo Instagram e soprattutto dopo aver ascoltato più volte il suo ultimo disco, non saprei dire se la scelta di un simile titolo per quest’ultimo abbia un che di amaramente auto ironico.
Le canzoni del (bellissimo, diciamolo subito a scanso di possibili equivoci) lechyd Da lasciano infatti intravedere, appena oltre la linea del loro brumoso orizzonte nord britannico, -meravigliosamente evocato dal dipinto di Dale Bissland che effigia la copertina-, un entroterra di vissuti sofferti, un’autobiografia scandita da stanze umide ed interni inglesi su cui le muffe della solitudine, della malattia e della tribolazione alcolica hanno allungato la loro ombra arcigna. Eppure, le canzoni di lechyd Da hanno ancora la forza di spalancare una finestra sulla luce e l’aria pungente dei mari del nord (quelli che Bill Ryder-Jones può verosimilmente contemplare dal suo rifugio a West Kirby), un’aria salmastra che tutto pulisce e spazza via, risvegliando la coscienza, aprendo lo sguardo alla possibilità di mete nuove.

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Open To The Sea – Ten Rooms Under The Sea

Il fiume sotterraneo è divenuto mare e l’acqua con il suo essere coltre ottundente è ancora linea guida delle escursioni ipnagogiche plasmate dal marchio Open To The Sea. Stabilizzatosi in trio con l’innesto definitivo di Saverio Rosi – già presente in Tales From An Underground River – il progetto creato da Matteo Uggeri ed Enrico Coniglio torna ad offrirci un viaggio affascinante tra paesaggi sonori sempre più eterogenei, tessiture libere in cui melodia e interferenza si fondono e confondono in perfetto equilibrio.

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