Hefner – Breaking God’s Heart

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da qualche parte ho letto uno studio che sostiene come intorno ai trent’anni si smetta di ascoltare musica nuova. Sono rimasto molto perplesso: è un pezzo che ho superato quella soglia e continuo ad ascoltare novità quotidianamente e ad appassionarmi a nuovi artisti con notevole continuità.

Eppure qualcosa di vero, in quello studio c’è: sarà per una questione di tempo, di predisposizione mentale, di (benedetta) ingenuità, ma gli album e gli artisti ascoltati negli anni che vanno (molto approssimativamente) tra i quindici e i trenta sono, di solito, quelli che ci rimangono più vicini e quelli ai quali leghiamo ricordi e sentimenti in maniera più immediata e indissolubile.

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Tutta questa premessa pseudoscientifica mi permette di introdurre uno degli ultimi album che ha caratterizzato quel periodo della mia vita. Nel 1998 il tempo per approfondire un lavoro di un nuovo artista e analizzarlo sin nei minimi particolari era già ridotto rispetto ai bei tempi dell’adolescenza, eppure l’album d’esordio di una giovane band inglese colpì il mio immaginario come non accadeva da un po’: gli Hefner di Darren Hayman, Antony Harding e John Morrison pubblicavano il loro debutto, Breaking God’s Heart.

C’era qualcosa in quell’album di unico, in termini di immediatezza, innocenza, impellenza che immediatamente mi catapultò indietro di una decina d’anni a un’epoca nella quale le canzoni divenivano, verso dopo verso, nota dopo nota, parte integrante della mia personalità e del mio modo di vedere la vita. C’era in quell’album tutta l’urgenza e la sfrontatezza di essere giovani, senza la strafottenza dei contemporanei brit-pop.

C’erano l’estro e il coraggio di suonare semplici, diretti, genuini, lo-fi (ma davvero lo-fi, non per moda), e c’era quell’atteggiamento archetipico del bedroom pop che permetteva a chiunque di identificarsi con le storie di perdenti narrate dalla voce nasale e vagamente stonata di Hayman. C’erano le melodie sgangherate e appiccicosissime (The Sweetnes Lies Within, Love Will Destroy Us In The End). C’erano, insomma, tutti quegli ingredienti necessari perché Breaking God’s Heart fosse l’ultimo disco di un’adolescenza protratta ben oltre i suoi confini naturali (e ben oltre la decenza).

Brani come Love Will Destroy Us In The End, The Sad Witch, Another Better Friend, The Hymn For The Postal Service (che inaugurò una serie infinita di Hymns elevati alle cose più svariate e improbabili) rappresentano una sorta di canzoniere della post adolescenza, tanti piccoli bozzetti di vita vissuta, racconti brevi ma dettagliatissimi, degni di un Carver della provincia inglese che rilegge i temi degli Smiths con maggiore autoironia e meno autocommiserazione (o, meglio, con un’autocommiserazione ben camuffata dall’ironia). Il tutto condito da una gustosa miscela di brit-pop, country e folk, assemblata secondo i criteri dell’urgenza espressiva punk, come sei i Violent Femmes fossero nati nelle campagne inglesi.

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Quando un anno dopo ebbi la ventura di incontrare i tre Hefner durante una breve performance acustica in una libreria londinese, poi, mi resi conto che Breaking God’s Heart più che un’elaborazione artistica, era semplicemente una fotografia. Una fotografia (soprattutto prima dell’epoca del photoshop) non può mentire: immortala la realtà così com’è nel momento in cui è scattata, al massimo riproducendola sotto una luce specifica.

E questo è esattamente ciò che faceva quel lavoro di superba sincerità: immortalava la fine dell’adolescenza e lo scontro quotidiano con i problemi della vita vera per tre timidi e appassionati ragazzotti della provincia inglese, rendendo la narrazione universale e condivisibile dai coetanei di tutto il mondo.

Se allora mi avessero detto che, grazie alle mie “fate turchine”, avrei ascoltato Darren Hayman, stavolta solista, una decina di anni dopo in un piccolo (e straordinariamente intimo) locale romano e che avrei ritrovato la stessa magia e la stessa condivisione di sentimenti, probabilmente avrei sollevato un sopracciglio. Mi sarei sbagliato.

È una maledizione ma allo stesso tempo una grande benedizione: chi ascolta musica pop rimane, in qualche modo, adolescente per sempre.

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