Ralegh Long – We Are In The Fields

raleghlong_weareinthefieldsFrancesco Amoroso per TRISTE©

Non ho mai particolarmente amato la campagna. Sono un cittadino, nato in una grande città caotica e in un’altra (altrettanto caotica) vivo ormai da lungo tempo. Ho paura degli insetti, quasi tutti, e non mi sono mai sentito a mio agio sdraiato nell’erba con un fiore in bocca.

Eppure, probabilmente con l’avanzare dell’età, la tranquillità bucolica, il silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale, l’odore dell’aria pura (con i suoi inevitabili, ma almeno naturali, miasmi), mi attirano più di prima.

E, soprattutto, mi accorgo che in un’ambiente campestre riesco a godere di più della musica che amo, sempre più rarefatta e sussurrata.

Casca così a fagiolo l’uscita estiva di We Are In The FIelds, e.p. di cinque pezzi dell’inglese Ralegh Long, uscito a breve distanza dall’ottimo esordio Hoverance. Nel breve volgere di quattro canzoni (e una deliziosa ripresa strumentale in coda) Ralegh percorre in musica quattro momenti della giornata: la mattina, il pomeriggio, il crepuscolo e la notte.

Chiunque abbia avuto occasione di godere di un giorno “nei campi” di recente, ritroverà, nelle note di queste quattro docili e forti piantine sonore, esattamente le sensazioni che si provano immersi nel verde: la quieta ma stimolante atmosfera mattutina convogliata dalla morbida voce di Long e da un arrangiamento per piano e flauto; la pedal steel di Jack Hayter (ex Hefner) a convogliare le sensazioni del pomeriggio con i suoi lampi di vitalità e la sua intensa luce; una semplice chitarra acustica che accompagna premurosa lo sguardo a perdersi verso l’orizzonte e verso il sole calante del crepuscolo e, infine, il pianoforte a chiudere il cerchio della giornata e la voce di Ralegh Long che, lieve, ci racconta di passeggiate lungo il fiume sotto un tappeto di stelle (che, sappiatelo, in campagna si vedono ancora, mica come in città). A conferire circolarità all’e.p. ci pensa un arrangiamento strumentale del brano d’apertura, perché, anche in campagna, dopo la notte ritorna il mattino.

Dopo Hooverance, anche in We Are In The Fields, Ralegh si avvicina, con cuore e perizia, al suono cantautorale del folk inglese dei primi anni settanta, ma se nell’album le atmosfere sono quasi ascetiche, nel nuovo breve lavoro, le sensazioni sono più materiali e terrene: si può respirare la terra e sentire il vento e il calore dei raggi del sole.

Del resto nella tradizione inglese del folk, a differenza di tanto folk urbano proveniente dagli States, il legame con la campagna è sempre stato fortissimo e Long non fa che rinnovare questo connubio.

Se ne avete la possibilità, concedetevi almeno un giorno lontano dal traffico, dalla folla, dai gas di scarico e dall’inquinamento acustico e godetevi l’incontaminata bellezza della campagna e di We Are In The Fields di Ralegh Long.

Tafani e cavallette permettendo.

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