GY!BE, Timber Timbre, Jacco Gardner @Zanne Festival, Parco Gioeni, Catania – 19/07/2015

Peppe Trotta per TRISTE©

Il senso di felicità che può regalarti una graditissima sorpresa è sempre speciale. Meno te l’aspetti e più ampio è il sorriso correlato. Arriva come una parentesi positiva capace di lasciare una lunga scia. L’annuncio della presenza dei Godspeed You! Black Emperor come una delle band principali della terza edizione dello Zanne Festival è stato per me una gran bella sorpresa!

Piccola doverosa premessa: in soli tre anni questo festival ha saputo consolidarsi come uno degli appuntamenti musicali estivi più importanti, divenendo un evento fondamentale per la città di Catania e restituendole così, almeno in parte, una vocazione perduta nel corso degli ultimi decenni.

ZanneFestival2015Ma veniamo al dunque. 19 luglio, domenica. È sera, ma il caldo non dà tregua, persino i pensieri sono intrisi di stagnante afa. Il parco Gioeni lentamente si sta popolando quando sul palco sale Jacco Gardner, giovane olandese giunto al suo secondo lavoro dopo un debutto che ha fatto gridare al miracolo un nutrita parte del mondo discografico.

Accompagnato dalla band che lo asseconda alla perfezione, propone il suo pop psichedelico che denota una non comune maturità compositiva e che riesce a coinvolgere un pubblico ancora distratto.

Tutto fila liscio ma sia sopra che sotto il palco aleggia un vago senso di freddezza, che scompare immediatamente quando dopo un breve stacco arrivano i Timber Timbre, che il ghiaccio riescono a scioglierlo fino a farlo evaporare.

Il loro sound fatto di atmosfere oscure e languide, punteggiato dalla voce profonda di Taylor Kirk conquista immediatamente la totale attenzione della platea che si lascia trasportare dal loro folk-blues vagamente gotico e a tratti disarmonico, palesando ampiamento il proprio gradimento a fine esibizione.

Ultima pausa che lascia salire l’attesa per il set principale della serata. Le luci si spengono, ma il palco continua a rimanere vuoto. Un graffiante, persistente frammento sonoro invade il parco annunciando l’inizio del viaggio e trasformandosi in quella Hope drone divenuta punto di partenza di ogni esibizione dell’ensemble canadese, che lentamente prende posto rimanendo in una quasi totale oscurità, interrotta soltanto dalle flebili luci che arrivano dalle immagini proiettate sul fondo del palco.

Da qui in poi tutto intorno si annulla, cancellato dal mondo sonoro totalizzante costruito dalla band, fatto di ampie dilatazioni oniriche che si alternano a graffianti cavalcate corali. La batteria introduce una quanto mai ipnotica e marziale Peasantry or ‘Light! Inside of Light!, preludio alla completa esecuzione del loro recente Asunder, Sweet and Other Distress.

Si arriva in fondo quasi senza fiato, incapaci di staccarsi dal suono e dalle immagini di Karl Lemieux che ne costituiscono ideale continuazione emotiva. Si procede tra composizioni inedite, tuffi nel passato recente e lontano (travolgente l’esecuzione di Mladic) fino alla conclusiva The sad mafioso.

Il viaggio si conclude con una lunga distorsione lasciata sospesa lì sul palco, come a chiusura di un ideale cerchio, mentre Menuck e soci si allontanano con un breve cenno di saluto. Lentamente torna il silenzio e le luci si riaccendono dopo due ore esatte di un’intensità difficile da descrivere, senza alcuna concessione a nessuna logica dello spettacolo.

È qualcosa di più di un semplice live quello offerto dai GY!BE, vero e proprio rito sciamanico capace di catturarti e trasportarti altrove. Qualcosa di cui sicuramente i fortunati presenti si ricorderanno a lungo.

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