Josh T. Pearson + Calvin LeBaron + The Two Witnesses @Monk Club – Roma, 30/10/2015

La vita ci cambia. Gli avvenimenti ci modificano. E chi non si mette mai in discussione è sicuramente una persona poco profonda.

Però forse, più spesso, la vita tira fuori delle cose che abbiamo avuto sempre dentro. E’ un po’ quello che è successo a Josh T. Pearson, e noi eravamo lì per “testimoniarlo”.

JoshTPearson_MonkIl cantautore texano ha alle spalle due grandi successi: nel lontano ’96 prima, con l’unico disco del trio Lift To Experience (The Texas-Jerusalem Crossroads) e, ben 15 anni dopo, nel 2011, il suo primo disco solista, Last Of The Country Gentlemen.

Un disco, quest’ultimo, che ha sicuramente ampliato il suo pubblico e che, nonostante alcuni giudizi contrastanti (stroncato da Pitchfork ma selezionato come disco dell’anno dalla Rough Trade), rappresenta la capacità di Josh di mettersi a nudo e trarre dalle esperienze della vita (la fine del suo matrimonio) l’ispirazione per un disco importante.

Josh si presenta per questo nuovo tour europeo dopo 4 anni da quel disco senza aver rilasciato nuovo materiale. E’ accompagnato da Calvin LeBaron, altro folk singer americano che sulla propria homepage ha una grossa croce in bella vista. Questa informazione tenetela un attimo da parte, vi servirà dopo.

Calvin apre il live con quattro pezzi molti lunghi in cui mostra le sue capacità chitarristiche e buone capacità vocali (seppur qualche volta l’effetto nasale sembra essere eccessivamente marcato).

E’ poi il turno di Josh (barba e capelli sensibilmente accorciati), che sale sul palco, cappello da cowboy e completamente vestito di bianco. E’ proprio mentre penso che sembra un predicatore di quelli che a volte si vedono sulle TV americane, che noto il simbolo della croce presente sulla tracolla della sua chitarra. Nulla di (troppo) strano penso, e intanto Josh inizia a cantare.

Dopo la bella Woman, when i’ve raised hell Josh invita Calvin a salire nuovamente sul palco. Ci si aspetterebbe un duetto sempre incentrato sulle canzoni di Last Of The Country Gentlemen, ma quello che succede è qualcosa di inaspettato.

TheTwoWitnesses_MonkCalvin ha un nuovo outfit, completamente in nero, con croce che si staglia sulla camicia e che compare, anche per lui, sulla tracolla della chitarra. Uno in total white, l’altro in total black (la vita e la morte? l’alpha e l’omega? la purezza e il peccato?) presantano questo loro nuovo progetto, The Two Witness, che vuole recuperare vecchie canzoni gospel texane “ormai perdute” e cantare la gloria del Signore.

Piccola parentesi. Josh T. Pearson ha sempre trattato temi vicini alla religione. Lui è figlio di un predicatore e cercando ieri sera tra vecchie interviste ho trovato vari riferimenti al fatto che lui, sotto sotto, avrebbe voluto seguire le orme del padre.

Ecco quindi che quello che ciascuno ha dentro da tempo viene tirato fuori dalla vita. Se lì per lì è sembrato di trovarsi di fronte ad un inaspettato cambiamento, a guardare bene, quello che è successo è stato solo l’avverarsi di un qualcosa che già era presente, in nuce, nella testa del musicista.

Ovviamente, essendo Josh statunitense (e per di più texano), tutto questo si trasforma in un qualcosa che specialemente per noi europei si avvicina molto all’ironico: i due tirano fuori un cartello con su scritto “The Two Witnesses Gospel Singers” e con un 666 barrato e un’altra croce (di ferro?) appesa. Se ci aggiungiamo che il signor Pearson manifesta la sua paura per come la tecnogia e i robot possano distruggere l’umanità e “risvegliare la Bestia” la cosa assume toni quantomeno spiazzanti. E mi fa capire che il mio vero lavoro (quello di progettare robot) inquieta i cantautori texani timorati di Dio.

Però i pezzi gospel fatti dal duo sono davvero interessanti e a prescindere dalla tematica mostrano tutta la bravura dei due musicisti, specialmente dal punto di vista canoro. Certo è che anche dopo questa parentesi Josh si limita a fare solo altri due pezzi del suo lavoro solista, per concludere nuovamente in duetto con Calvin.

Un live a cui non si può eccepire nulla dal punto di vista qualitativo, ma sicuramente spiazzante per quanto rigaurda questa “svolta” (che come detto, svolta non è), e che lascia un po’ dispiaciuti per non aver potuto ascoltare di più da quel gran disco targato 2011 che tanto ha dato a Josh T. Pearson e a chi lo ha ascoltato.

La vita ci porta nei posti più diversi, ma spesso, alla fine, ci riporta a casa.

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