Sonic Youth – Daydream Nation

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ci sono mille motivi per i quali rimaniamo legati a un album: a volte basta prenderne uno in mano perché, anche in maniera completamente autonoma rispetto alla musica che contiene, riesca a veicolarti un ricordo preciso e indelebile.

E’ ciò che mi accade ogni volta che ritorno a Daydream Nation, il sesto album dei Sonic Youth, la band che ha, in qualche modo, reso fruibile il noise per le masse.

SonicYouth_DaydreamNationNel 1988 conoscevo già i newyorkesi grazie ai loro lavori precedenti (se ascoltavi musica “alternativa” negli anni 80 non potevi non esserti imbattuto in Evol, Sister o Bad Moon Rising) ma, da buon amante delle melodie, la band di Thruston Moore e Kim Gordon (per tacer di Steve Shelley e Lee Ranaldo) non era in cima alle mie preferenze.

Sapevo anche che quell’inverno era uscito il loro nuovo album, doppio, e pareva fosse anche il loro capolavoro, ma non avevo mai avuto occasione di ascoltarlo (del resto allora per ascoltare un album o lo andavi a comprare oppure aspettavi che lo comprasse qualche caro amico).

L’occasione di ascoltare Daydream Nation arrivò nell’estate del 1989 (a costo di passare per vecchio, quale sono, e petulante, quale anche sono: alla fine degli anni 80 un album che aveva 7 o 8 mesi sulle spalle era considerato quasi una novità…)[ndr. ora siamo nel 2016, però].

La mia più cara amica “musicale”, che incontravo ogni estate nella stessa “seaside town” (“that they forgot to bomb” per citare un tipo che ci sapeva fare con le parole), mi invitò a passare a casa sua dopo pranzo, mentre tutti erano impegnati nella immancabile siesta agostana, per ascoltare la cassetta (non originale, se ben ricordo) del nuovo album dei Sonic Youth.

Mi accolse nella sua stanza, in mansarda, tra sabbia sul pavimento, teli da mare, indumenti sparsi in giro e l’immancabile letto disfatto. Se state cominciando a pensare che questo sia l’incipit di un racconto piccante di iniziazione sessual-sentimentale (sì, lo ammetto, negli anni ’80 alcuni di noi erano un po’ indietro anche in questo campo) beh… vi sbagliate di grosso. Spesso, in realtà, si ricordano cose di pochissima o nessuna importanza, ma è proprio questo aspetto a rendere i ricordi più preziosi.

SonicYouth_2Il pomeriggio trascorse castamente (non ho mai capito se ci aspettassimo qualcosa l’uno dall’altra, ma nessuno dei due avesse il coraggio di fare un passo, oppure, più semplicemente, eravamo solo amici veri e basta) ad ascoltare l’album a ripetizione, fino a che la mansarda non divenne praticamente buia, e, concordando di trovarci davanti a un vero capolavoro, uno di quei lavori destinati a rimanere nel tempo, fummo costretti a uscire in cerca di cibo e bevande.

Naturalmente il tempo, che è notoriamente galantuomo, ha ampiamente reso giustizia a Daydream Nation, che è oramai considerato il vertice della produzione di Moore e compagni e uno dei vertici del noise (per quanto reso più commestibile da inserti melodici e un songwriting che quasi tutte le band dello stesso giro potevano sognarsi).

Ma già allora, senza il conforto della storia e della critica (che si esprime a distanza di anni, così da evitare quasi sempre brutte figure), era palese che Daydream Nation fosse una sorta di pietra miliare per la musica “Rock”.Le distorsioni chitarristiche di Lee Ranaldo e Thurston Moore, le voci aggressive dei due che si alternano a quella laconica, algida eppure incredibilmente sexy di Kim Gordon, l’incessante lavoro di basso e batteria che rende impossibile non ascoltare l’album senza battere di continuo il tempo: tutti elementi già presenti nel suono dei Sonic Youth ma che, in questo mastodontico lavoro (70 minuti di musica: nella mia c60, nella quale “doppiai” la cassetta della mia amica, rimase fuori gran parte dell’ultima fragorosa e impegnativa Trilogy), giungono a pieno compimento.

L’incredibile Teen Age Riot, un vero e proprio anthem sarcastico e arrabbiato, le rumoristiche ballate Eric’s Trip, The Sprawl e Kissability, la frenetica Silver Rocket, tutte pervase da distorsioni e profondamente sperimentali, eppure tutte perfettamente costruite e compiutamente melodiche, sono fondamentali tasselli nella storia di questa band, della musica contemporanea (e nella mia sentimentale e contorta memoria).

Anche adesso, rileggendo queste poche righe, mi ritorna in mente, vividissimo, il ricordo di quel pomeriggio, e mi ritrovo a pensare con grande affetto a Chicca che, benché la vita ci abbia allontanato, rimane una amica unica, colei con la quale condivido innumerevoli dolci e speciali ricordi, musicali e non (e scusatemi per la deriva melensa).

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