Paul Draper – Spooky Action

Francesco Giordani per TRISTE©

“Prendi un altro drink. Se ti gira fai fuori quella mezza pasticca che hai tenuto in serbo. Rimani qualche minuto ad ascoltare i Mansun che suonano sul palco Loaded.
Poi tutto diventa un po’ strano.”

Tim Thornton, L’Eroe Alternativo,
Isbn Edizioni, 2008 (consigliato, Ndr)

Ah, il britpop. Lo ricordo come fosse ieri, anche se tanto ieri non è, tutt’altro, visto che son passati buoni vent’anni da quel pomeriggio del 1998 in cui, per davvero rocambolesca ventura, mi sfilarono davanti agli occhi le immagini dell’indimenticabile (vedere per credere) videoclip di Legacy, il singolo con cui i Mansun affidavano le sorti del loro secondo, ormai leggendario, album Six.

Come ogni settimana, tornato da scuola e buttate cartella e scarpe da tennis sotto il letto con fare oasisianamente sdegnoso, stavo guardando MTV Hitlist Uk, condotto da Cat Deely.

Per un ragazzo di dodici anni e mezzo, esiliato nella profonda provincia laziale, ben prima della scoperta delle riviste, programmi come MTV Hitlist Uk (neppure sottotitolati in italiano!) erano senza dubbio l’unica fonte parzialmente spendibile per attingere (vaghissime, quasi favolistiche) informazioni di prima mano sulle prodigiose invenzioni musicali che avevano luogo all’epoca nell’esotica terra d’Albione.

La fiammeggiante stella dei Mansun si è consumata nel firmamento effimero del rock britannico anni Novanta nel volgere breve di un lustro e tre dischi (più un quarto incompiuto, apparso postumo). Un curriculum invero succinto eppure capace di scavare tracce profonde nella psiche di un’intera generazione cresciuta al suono di album folgoranti (a tratti folli, quasi sempre eccentricamente originali) come Attack of The Grey Lantern e il già citato Six.

Una generazione rimasta fedele (pensate che sui Mansun viene organizzata una Convention periodica, con tanto di talk e panel, l’ultima lo scorso febbraio a Liverpool) al mito del cantante ed autore Paul Draper nei tredici, durissimi, anni di quasi totale silenzio e malattia che Spooky Action, dopo i due ottimi ep gemelli dello scorso anno, finalmente interrompe.

Nel migliore dei modi, viene subito da aggiungere. Draper dimostra infatti di essere ancora un autore di razza, dotato di eccellente penna ed estro invidiabile.

Non esito a definire Spooky Action il disco della vita di Paul Draper, forse il suo migliore, l’opera in cui l’Inglese si gioca, a viso spericolatamente aperto, tutto ma proprio tutto quel che per lui davvero e da sempre conta, ovvero l’Arte e l’Esistenza, nel loro reciproco soccorrersi ed abbandonarsi.

Dal primo vibrante minuto di Don’t Poke The Bear fino all’ultimo di The Inner Wheel, è infatti l’autobiografia perturbante di Draper quel che va rivelandosi di canzone in canzone, con le sue idiosincratiche manie (Friends Make The Worst Enemies, da brividi per i vecchi fans), le sue già arcinote passioni ed ossessioni musicali (Feeling My Heart Run Slow), la sua torrenziale eloquenza (You Dont’t Really Know Someone…), i suoi demoni inconsolabili e la sua grazia pop tortuosa ma mai scontata, figlia di amori multipli (Beatles, Tears For Fears, XTC, Bowie, Duran Duran, ABC, Roxy Music, King Crimson…).

Un disco-fiume, un poemetto stereofonico dalle forme sinuosamente fluide, da ascoltare senza pause, anzi da lasciar scrosciare in piena libertà da orecchio a orecchio, come il donarsi vertiginoso ma mai meno che necessario di un Uomo che ha trasfuso la sua vita integralmente nella Musica Pop.

L’attesa paziente dei non pochi affezionati di questo grande, a tratti grandissimo, “minore” e irregolare della canzone britannica, appare interamente risarcita.

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