Black Tail – One Day We Drove Out Of Town

Francesco Giordani per TRISTE©

Ho un vecchio sogno nel cassetto. Quello di dedicare una parte della mia vita, prima o poi, alla messa a punto (e alla successiva esecuzione) di “collaudi” discografici.

Che so: fare il bagno di notte in una piscina, dimenticandomi una camicia, come in Nightswimming. Leggere Wilde assieme ad una fidanzata in un cimitero come in Cemetery Gates. Unirmi ai latitanti in fuga di Band on The Run.

Cose del genere.

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Ariel Pink – Dedicated to Bobby Jameson

Francesco Giordani per TRISTE©

  Dedicato a Claudio Giordani (mio padre)

Mio padre mi regalò un impianto stereo, contro la mia volontà, quando avevo undici anni.

All’epoca la musica non accendeva granché le mie fantasie, avrei preferito un paio di Cult, eppure mio padre, in virtù di un passato di rocker pre-punk mai rinnegato (smise infatti di comprare novità discografiche, collezione di vinili alla mano, attorno al 1978), reputò quel gesto pedagogicamente necessario.

Probabilmente, anzi certamente, quando lo stereo andò ad occupare il posto che tutt’oggi gli spetta in salotto, non lo ringraziai. Del resto come avrei potuto immaginare che la mia esistenza era appena cambiata per sempre, in maniera del tutto irreversibile?

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The Pains of Being Pure at Heart – The Echo of Pleasure

Francesco Giordani per TRISTE©

Pare incredibile eppure il tempo passa anche per i puri di cuore.

Soprattutto per i puri di cuore, vien da pensare. Se c’è stato infatti, negli ultimi dieci anni, un gruppo che più di ogni altro pareva destinato, quasi per statuto, a non invecchiare mai, beh quel gruppo erano i Pains of Being Pure At Heart di Kip Bernam.

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Paul Draper – Spooky Action

Francesco Giordani per TRISTE©

“Prendi un altro drink. Se ti gira fai fuori quella mezza pasticca che hai tenuto in serbo. Rimani qualche minuto ad ascoltare i Mansun che suonano sul palco Loaded.
Poi tutto diventa un po’ strano.”

Tim Thornton, L’Eroe Alternativo,
Isbn Edizioni, 2008 (consigliato, Ndr)

Ah, il britpop. Lo ricordo come fosse ieri, anche se tanto ieri non è, tutt’altro, visto che son passati buoni vent’anni da quel pomeriggio del 1998 in cui, per davvero rocambolesca ventura, mi sfilarono davanti agli occhi le immagini dell’indimenticabile (vedere per credere) videoclip di Legacy, il singolo con cui i Mansun affidavano le sorti del loro secondo, ormai leggendario, album Six.

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Phoenix – Ti Amo

Francesco Giordani per TRISTE©

“IO TI AMO. Al proferimento non viene data nessuna collocazione scientifica: io-ti-amo non rientra nel campo della linguistica né in quello della semiologia. La sua istanza (ciò da cui si può cominciare a parlarne) sarebbe semmai la Musica”.

Così annotava Roland Barthes nei suoi Frammenti di un Discorso Amoroso, libro uscito esattamente quarant’anni fa, che sentitamente consiglio di leggere e rileggere sotto gli ombrelloni di questa nuova estate italiana, che non passa mai di moda.

Soprattutto fuori dall’Italia.

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The Charlatans – Different Days

Francesco Giordani per TRISTE©

C’è un utile e innegabile insegnamento che chiunque, anche chi non apprezzerà questo nuovo album dei Charlatans (e non sono affatto in pochi), può comunque trarre dal suo ascolto: continuare a fare quello che si ama – e che, per tale motivo, si riesce a fare meglio probabilmente di tanti altri – allunga la vita.

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The Drums – Abysmal Thoughts

Francesco Giordani per TRISTE©

Ricordo con estrema esattezza la prima volta che vidi i Drums esibirsi sopra le assi di un palcoscenico. Lo ricordo senza fatica anche perché ero a Barcellona, al mio primo Primavera Sound, in dolcissima compagnia.

Il luminoso ep Summertime! (col senno di poi probabile vertice creativo della band, a tutt’oggi insuperato) era già uscito da più di sei mesi, mentre l’album omonimo d’esordio sarebbe arrivato nelle mie mani giusto nel luglio di quello stesso anno, il 2010, a raccogliere gli onori di un trionfo annunciato.

Ma non scordo (né potrò mai scordare) il concerto barcellonese dei Drums soprattutto perché quello che vidi allora andò ben oltre le mie (pur altissime) speranze: i quattro newyorchesi operarono davanti ai miei occhi un piccolo miracolo, una cerimonia propiziatoria, a mezza via fra la ginnastica e il sogno, scandita da evoluzioni piroettanti nell’aria, frangette vertiginose, corpi senza peso, e, sopra ogni cosa, canzoni fragilissime e antiche, pulsanti di una vita giovane, scandalosamente pura.

L’indie pop, qualunque cosa fosse, mi si era appena rivelato, nel gesticolare invasato di quei quattro, giovanissimi, sciamani.

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