David Sylvian – Secrets Of The Beehive

Francesco Amoroso per TRISTE©

Sosteneva Aldous Huxley che la memoria di ogni uomo sia la sua letteratura privata.

Eppure una “rubrica” che si chiama “Memory Lane” costringe il proprio redattore a rendere pubblica tale letteratura (che forse farebbe meglio a restare privata).

Ciò non toglie che pagine e pagine di questo racconto possano risultare ai più del tutto irrilevanti, se non addirittura noiose o irritanti, mentre chi scrive vi ravvisa significati profondi, verità incontrovertibili, vere e proprie epifanie.

E se la musica è senza dubbio molto più che la colonna sonora di questi racconti minimi, a volte la forza dei ricordi tracima e l’esperienza personale sopravanza e sommerge quella universale.

Probabilmente ne avete abbastanza e, personalmente, credo che abusare troppo della pazienza altrui sia quantomeno poco educato. Avrei potuto, così, raccontare di quando sedicenne, leggendo una rivista musicale rimasi folgorato dalle parole spese dal recensore dell’epoca per un album (doppio) che si intitolava Gone To Earth.

Avrei potuto anche condividere il ricordo della notte di Natale del 1986, quando, appena scartato il pacchetto, corsi a mettere sul piatto dello stereo di mio nonno quello stesso disco e di come, da allora, la fascinazione per quei suoni, che alle mie orecchie quasi vergini suonavano arcani e desueti, non mi abbia più abbandonato. In realtà l’ho appena fatto. Ma non volevo e non mi dilungherò.

L’artista che quell’album aveva scritto e inciso si chiama(va) David Sylvian. Aveva un altro album solista alle spalle (Brilliant Trees del 1984) e una lunga carriera precedente con i Japan, band di cui ignoravo tutto, fuorché il look. Eppure l’ascolto di Gone To Earth, lungamente agognato, mi aveva fatto immediatamente entrare nel suo mondo etereo, ovattato, minuziosamente romantico e decadente e non avevo intenzione di uscirne. Per fortuna l’anno successivo, quando già il vinile di Gone To Earth cominciava a mostrare i primi graffi dovuti all’uso smodato, arrivò un suo nuovo lavoro.

Tentando di richiamare alla mente le circostanze del primo contatto con quest’album, mi sono stupito che non mi venisse in mente nulla. Tuttavia credo che una spiegazione logica ci sia: Secrets Of The Beehive non ha rappresentato l’inizio di un amore, non è stato il colpo di fulmine, la scoperta travolgente. La mia venerazione nei confronti di Sylvian era già iniziata. Secrets Of The Beehive ha rappresentato, invece, “solo” il culmine di un idillio che, già nato, è durato una vita intera.

A un anno dalle sonorità cerebrali e ricercatissime del doppio album Gone to Earth, create insieme a Robert Fripp, Sylvian decise di esporsi, spogliandosi di ogni orpello e offrendosi all’ascoltatore senza alcuna mediazione. Con il suo terzo album solista l’immagine di artista algido e dogmatico che poteva essere percepita prima di allora, lasciò il posto a un cantautore struggente e coinvolgente che, grazie alle atmosfere acustiche e minimali delle sue composizioni, riusciva a incantare e soggiogare l’ascoltatore, un artista profondo e ispirato, la cui poetica, sebbene sempre intensamente metaforica, puntava diretta, grazie a una voce incomparabile, calda e austera, alle emozioni e agli angoli più reconditi dell’animo umano.

Nove brani, poco più di mezz’ora per un album che, fin dal titolo e dalla copertina (affidata al genio di Vaughan Oliver) non aveva alcuna inibizione nel mostrare le proprie ambizioni poetiche e che, nonostante le sonorità volutamente umbratili, la densità dei suoni, ricchissimi di sfumature – anche per merito degli arrangiamenti misuratissimi di Sakamoto – era illuminato da sprazzi di luce repentini e intensissimi.

Per convincersene basterebbe ascoltare la elegiaca Let The Happiness In con l’inconfondibile tromba di Mark Isham, ma tutti i brani sembrano infusi di una sottile vena di speranza che ne rischiara l’andamento. Il breve bozzetto atmosferico di September, la suggestiva e intensa The Boy With The Gun, l’evocativa Maria, la delicata classicità di Orpheus, le sonorità oscure di The Devil’s Own, la metapoetica di When Poets Dreamed Of Angels, le suggestioni di Mother And Child, l’austera grazia di Let The Happiness In e la solennità di Waterfront.

Non c’è una traccia che, presa singolarmente, non sia perfettamente compiuta e non sfiori il sublime, eppure è l’insieme delle canzoni che rende Secrets Of The Beehive un lavoro dalla bellezza talmente pura da risultare quasi accecante. Un abbaglio dei sensi che evidentemente confonde anche i ricordi.

So di aver ascoltato questo album per la prima volta a un certo punto del 1987. C’è scritto così sulle note di copertina. Eppure fatico a distinguere un prima e un dopo, come se una volta introiettata la sensazione di assoluto che trasmette il suo ascolto, fosse impossibile pensare alla sua assenza.

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