Cabbage – Nihilistic Glamour Shots

Francesco Giordani per TRISTE©

If it’s me and yer granny on bongos, it’s the Fall.
Mark E. Smith

Un gruppo come i Cabbage, vuoi o non vuoi, mi fa tornare alla mente Mark E. Smith, l’indimenticabile volto, anima e voce dei Fall che proprio lo scorso Gennaio, e del tutto a sorpresa, ci ha prematuramente lasciati.

La provenienza di questo giovane quintetto, originario di un sobborgo di Manchester, non mente, così come non può mentire il suo spiccatissimo gusto per allucinati baccanali noise-punk e irriferibili quanto argute invettive con bava alcolica alla bocca.

A Mark E. Smith questi Cabbage, con ogni probabilità, non sarebbero dispiaciuti affatto.

Ho avuto la fortuna di assistere ad un talk show con protagonista Mark E. Smith, quindi non parlo del tutto alla cieca. Si era ad un’edizione del gallese Green Man Festival di ormai qualche anno fa ed un foltissimo pubblico di devoti, raccolto sotto un grosso tendone, venne invitato a scrivere domande a tema libero su anonimi foglietti che un moderatore avrebbe poi estratto a sorte e letto a Mr Smith, quasi fosse un oracolo. Pare incredibile ma vi garantisco che fu esattamente ciò che accadde.

Ricordo che la prima domanda estratta fu “Ritieni che Cèline fosse fascista?”. Purtroppo non capii una sola parola dell’articolata risposta di Smith, anche perché, come chiunque potrà confermarvi, la sua pronuncia “settentrionale”, unitamente ad una dentatura pressoché inesistente, rese tragicamente vano ogni tentativo di decifrazione. Ciò che tuttavia non faticai a capire poco dopo fu la grandezza assoluta dei Fall, che, aizzati da uno Smith in splendida serata, regalarono un’esibizione dalla furia semplicemente indimenticabile.

I Cabbage non arrivano ancora, ovviamente, a tanta maestà ma la buona volontà non manca di certo. Cattivi, velenosi, urticanti, polemici, sgraziati, accelerazionisti, all’occorrenza anche furbescamente canticchiabili, i Cabbage sparano dentro il loro esordio dodici pistolettate di nichilismo enfatico e volutamente sopra le righe, che pure, al netto degli eccessi di teatro, sa intenerire e, talvolta, entusiasmare. Nelle canzoni dei cinque si scatena un cabaret apocalittico che dal punk schizoide di Buzzcocks, Damned e P.I.L. arriva fino al rumorismo più concettuale di Fall (Disinfect Us) e Pere Ubu (Subhuman 2.0 o l’attacco di Preach To Be Converted).

Il resto del programma si profonde in lunghi e verbosi monologhi scagliati contro la farsa dei tempi (post) moderni. Numeri che suscitano ricordi dei primi Horrors (quelli di Strange House) o anche, al limite, degli Ice Age – ascoltate il terzetto costituito da Celebration of Desease, Perturbado e dalla magnifica Gibraltar Ape.

La strada, per quanto ancora ai suoi inizi, appare quella buona. Il nostro finale augurio non può dunque essere diverso da questo: che lo spirito di Mark E. Smith sia ai Cabbage propizio, negli anni a venire.

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